Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere la forma di governo istituzionale che avrebbe guidato le sorti dell’Italia: Monarchia o Repubblica. Le operazioni di voto, nonostante i forti timori della vigilia, si erano svolte con regolarità e con un’alta affluenza di votanti. Dopo la chiusura delle urne, i dati furono trasmessi agli organi competenti per i successivi adempimenti ed infine alla Corte Suprema di Cassazione che aveva il compito di verificare, certificare e proclamare i dati definitivi del Referendum.
Nella Commissione incaricata delle operazioni era presente, tra gli altri, il giudice Saverio Brigante (Pignola 1875 – Roma 1960) in quanto Presidente di Sezione della Corte di Cassazione.
La Commissione concluse le operazioni, redisse ed approvò un verbale nel quale ufficializzava i dati definitivi e proclamava la vittoria della Repubblica.
Il 10 giugno 1946, però, contrariamente a quanto concordato, il presidente Pagano lesse al paese un verbale diverso, che dichiarava tutt’altro, suscitando sorpresa e sconcerto.
Il giudice Brigante fu uno dei più sorpresi dell’accaduto e ne chiese conto con veemenza. Seguirono riunioni convulse, con accuse, toni alti e discussioni accese, durante le quali il Presidente Pagano scoppio addirittura in lacrime.
Il grave episodio alimentava ulteriormente il clima di incertezza e sospetto che già si viveva, generando anche pericolosi momenti di tensioni tra Magistratura, politica e monarchia.
Il successivo 12 giugno segnò il culmine di una fase di grande instabilità politica e sociale e rappresenta una data cruciale nella storia dell’Italia repubblicana. In quel giorno, Saverio Brigante, magistrato di grande rilievo, si ritrovò al centro di una vicenda che avrebbe avuto profonde ripercussioni sull’assetto istituzionale e sulla legittimità delle procedure elettorali appena concluse.
Il momento era veramente grave, sentiva di dover fare qualcosa e la fece. A poco più di 24 ore dall’accaduto, il giorno 12 giugno Brigante scrisse una lettera riservata indirizzata a Palmiro Togliatti, Ministro della Giustizia, nella quale denunciò con fermezza la falsità di una parte del verbale ufficiale relativo alla proclamazione dell’esito del referendum istituzionale. Egli affermava che le ultime parole del verbale, lette pubblicamente il giorno 10 giugno, fossero state manipolate per creare un clima di confusione e screditare l’esito favorevole alla Repubblica. Brigante raccontò anche che, durante una riunione in Camera di Consiglio, i magistrati avevano concordato un testo preciso, ma che successivamente, a sua insaputa, si era aggiunta una formulazione che richiedeva un’indagine lunga e laboriosa sui voti e sul numero dei votanti, un’operazione che non era stata decisa né concordata e che appariva come una manovra volta a ritardare e complicare il riconoscimento ufficiale dei risultati.
Il magistrato riferì di essersi opposto energicamente in una riunione riservata, sostenendo che tale manovra avrebbe potuto compromettere l’intera credibilità del processo democratico e favorire i cospiratori monarchici. La sua protesta, però, fu frenata dall’intervento dei colleghi, che preferivano mantenere il silenzio per tutelare l’immagine della Magistratura. Nella lettera a Togliatti, Brigante riconobbe di aver loro promesso di tacere temporaneamente, in attesa di una soluzione migliore, e confidò di aver ottenuto, attraverso un colloquio con il Primo Presidente Pagano, un impegno a ricercare rimedi condivisi.
Ma in quegli stessi giorni, l’Italia era attraversata da un clima di forte instabilità, segnato da manifestazioni e da notizie di un prossimo colpo di stato. La paura di un ritorno alla monarchia, alimentata anche dalle dichiarazioni di Umberto II, si mescolava a un crescente senso di precarietà delle istituzioni repubblicane. Brigante era consapevole dei rischi ma si sentì obbligato a denunciare pubblicamente le manovre di manipolazione. Egli, comunque, temeva per la sua incolumità, ma anche e soprattutto per il prestigio della Magistratura di cui egli stesso era figura autorevole. Pertanto chiese che la lettera rimanesse segreta, a meno che egli non fosse stato ucciso o imprigionato.
Il suo timore di sviluppi violenti si rivelò fondato: nelle ore successive, la crisi si acutizzò. Il governo dichiarò la vittoria della Repubblica, il re Umberto rifiutò di riconoscere i risultati del referendum e poi si convinse a lasciare l’Italia per la Spagna. In un messaggio ufficiale, però, il sovrano dichiarò di aver agito in nome del rispetto del voto popolare, ma accusò il governo di aver compiuto un gesto “rivoluzionario” e di aver violato la legge, assumendo poteri che non gli spettavano. La sua partenza, avvenuta da Ciampino alle 16.07 del 13 giugno, segnò simbolicamente la fine di un’epoca monarchica e l’affermazione della Repubblica.
Il governo, guidato da Alcide De Gasperi, respinse con forza le accuse del re e qualificò il suo proclama come “una pagina indegna”. La tensione tra le istituzioni e la Corona raggiunse livelli altissimi, con scontri aperti tra fazioni monarchiche e repubblicane. Nel frattempo, il ministro della Giustizia Togliatti, consapevole delle implicazioni di quanto stava accadendo, si trovò a dover gestire delicati passaggi diplomatici e istituzionali. Scrisse a Brigante chiedendo di scioglierlo dal vincolo del silenzio, evidenziando però la gravità della situazione e sottolineando come il proclama di Umberto II avesse alimentato una delicata crisi, provocando una lunga stagione di tensioni e di “sovversioni” legittimate dalla propaganda monarchica.
Brigante, in risposta, diede il via libera a divulgare il contenuto della sua lettera riservata, anche se, per salvaguardare la credibilità della magistratura, unicamente al Presidente De Gasperi e al Vicepresidente Nenni. Le sue rivelazioni furono condivise con le autorità e contribuirono a velocizzare le operazioni di revisione dei verbali del referendum. La decisione di affidare a circa 200 funzionari e impiegati il compito di verificare i verbali fu interpretata come un tentativo di rafforzare la legittimità del processo elettorale, anche se alcuni critici videro in questa scelta un atto di prevaricazione politica.
Il periodo tra il 12 e il 14 giugno 1946 rappresenta uno snodo fondamentale nella storia repubblicana italiana. La denuncia di Brigante e le conseguenti tensioni politiche evidenziano come, in quel momento, l’Italia fosse ancora divisa tra passato monarchico e futuro repubblicano. La crisi culminò con la partenza di Umberto II, che lasciò il paese lasciando aperta la strada alla proclamazione della Repubblica e alla nascita di una nuova era democratica.
Questa vicenda testimonia l’importanza di un sistema giudiziario autonomo e di un’indipendenza istituzionale, resistendo alle pressioni politiche e alle manovre di potere. La figura di Brigante emerge come simbolo di integrità e di coraggio civile, disposto a rischiare tutto pur di difendere la legalità e la verità storica. Il racconto si basa su documenti ufficiali, tra cui lettere riservate e comunicazioni tra Brigante e Palmiro Togliatti, che rivelano le dinamiche interne e le tensioni di un’Italia alle soglie di un profondo cambiamento istituzionale. La crisi post-referendaria del 1946 resta uno dei capitoli più complessi e significativi della nostra storia repubblicana, testimonianza di come l’equilibrio tra legalità, politica e volontà popolare possa essere messo a dura prova nelle fasi di transizione.


