Alla vigilia dei ballottaggi la fotografia che emerge dalle amministrative di maggio è chiara: il centrosinistra festeggia successi simbolici, come Genova e Ravenna, ma la coalizione di governo di destra mantiene un dominio complessivo nei consensi nazionali. Dietro questa dinamica non c’è solo la forza organizzativa di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, bensì la capacità di parlare a segmenti sociali molto diversi con una narrativa semplificata, fatta di sicurezza, identità, tasse più leggere e sostegno alle famiglie. La sinistra, al contrario, paga anni di ambiguità su lavoro e welfare, una leadership percepita come intermittente e la difficoltà di connettere le sue proposte con le ansie quotidiane di artigiani, partite IVA e ceto medio produttivo.
Il dato più allarmante resta l’affluenza: solo il 56,29% degli aventi diritto ha votato, in linea con il 2022 ma lontanissimo dalle partecipazioni superiori al 70% di vent’anni fa. Secondo l’Ipsos di Nando Pagnoncelli il «partito del non-voto» si alimenta di diffidenza e senso d’irrilevanza della politica; tra gli astenuti spicca una componente cattolica che un tempo era zoccolo duro delle urne. Qui sta la prima lezione per la sinistra (e, sotto traccia, anche per la destra): mobilitare chi si sente escluso dal gioco democratico è la vera miniera di consenso del prossimo decennio.
La tradizione sociale cristiana, centrata su dignità del lavoro, solidarietà e sussidiarietà, è sorprendentemente orfana di rappresentanza compiuta. Studi delle settimane sociali mostrano che solo una minoranza di cattolici praticanti sceglie convintamente la Lega o Fratelli d’Italia; molti preferiscono non votare. Se il Partito Democratico o la galassia progressista riuscissero a incarnare, non in slogan ma in provvedimenti concreti, i pilastri della Dottrina sociale – salario dignitoso, tutela della famiglia, servizi di prossimità, difesa del creato – avrebbero margini per recuperare fino a un quinto dell’astensionismo “di ispirazione religiosa”. Il punto non è sposare simboli confessionali, bensì garantire che lavoro e welfare non restino variabili dipendenti di logiche di mercato puro.
Se la sinistra saprà declinare la Dottrina sociale della Chiesa in politiche di protezione attiva (dignità salariale, comunità energetiche, sussidiarietà nei servizi) potrà colmare il divario con quei cattolici oggi tiepidi; se la destra affronterà in modo non ideologico le fragilità di Pnrr, Sud e caro-vita, respingerà l’usura dell’antipolitica. In entrambi i casi la parola d’ordine torna quella scolpita nella Costituzione: “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Tutto il resto, appunto, è slogan.


