La crisi fra Israele e la Striscia di Gaza

I combattimenti che proseguono da giorni tra Israele e gruppi armati palestinesi nella Striscia di Gaza, i peggiori da sette anni per violenza e numero di morti, stanno coinvolgendo diverse zone dello stato israeliano e dei territori che la comunità internazionale riconosce ai palestinesi: non è facile avere chiaro il quadro completo di cosa sta succedendo e di quali luoghi sono coinvolti, anche perché stiamo parlando della contesa territoriale più complessa al mondo. Alcuni posti sono al centro delle notizie di questi giorni perché fanno da sfondo a scontri e proteste o sono l’obiettivo di lanci di missili o bombardamenti; altri sono coinvolti loro malgrado per il proprio valore simbolico. Le proteste sono iniziate a Gerusalemme per una disputa legale che riguarda lo sfratto di alcune famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, poi sfociate in alcune manifestazioni nella simbolica Spianata delle Moschee, represse con la forza dalla polizia israeliana. Le violenze si sono poi allargate in quella che attualmente è la peggiore escalation dall’ultima guerra combattuta fra Israele e i gruppi armati palestinesi, nel 2014. I razzi dei gruppi armati palestinesi (sparati soprattutto dal gruppo politico-terrorista di Hamas, ma anche dal più piccolo Jihad Islamico) vengono lanciati dalla Striscia di Gaza contro vari obiettivi, tra cui la stessa Gerusalemme, la capitale Tel Aviv e altre città israeliane non lontane dalla Striscia. L’esercito israeliano sta reagendo ai lanci di razzi con pesanti bombardamenti, quasi tutti diretti contro l’area nord della Striscia di Gaza, la più popolata. Nel frattempo, si sono verificate manifestazioni e scontri tra le comunità ebraica e araba in numerose città di Israele, tra cui Lod, dove il sindaco ha detto che la situazione è da «guerra civile».

La Spianata delle Moschee

Si trova su una collina all’interno della cosiddetta Città vecchia di Gerusalemme, cioè il centro storico della città, ed è il principale complesso religioso della città, oltre che uno dei più importanti del mondo. Ospita alcuni luoghi di enorme valore religioso, come la moschea di al Aqsa, la più grande di Gerusalemme: al suo interno è conservata una roccia che secondo musulmani ed ebrei è quella su cui il patriarca biblico Abramo stava per sacrificare suo figlio Isacco su richiesta di Dio, ed è inoltre, secondo l’Islam, il luogo da cui il profeta Maometto ascese al cielo. Al di sotto della Spianata delle moschee ci sono le rovine del Tempio di Salomone, il cui unico pezzo sopravvissuto è il cosiddetto Muro del pianto. È il principale luogo sacro per gli ebrei, distrutto dai Romani nell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C. e mai più ricostruito. La Spianata delle Moschee ospita inoltre numerosi altri edifici di grande valore religioso, ed è sacra anche per il cristianesimo: nel Tempio di Salomone, per esempio, si svolsero diversi episodi importanti della vita di Gesù Cristo. Nella Città vecchia si trova anche la Basilica del Santo Sepolcro, nel luogo in cui la tradizione cristiana ritiene sia stato crocefisso Gesù Cristo. Dopo la Guerra dei Sei giorni, combattuta e vinta da Israele nel 1967, la sicurezza nella Spianata delle Moschee è gestita dallo stato israeliano. Le autorità israeliane concordarono tuttavia uno status quo che concede gran parte dell’autorità sulle questioni religiose ai custodi musulmani della Spianata del Waqf di Gerusalemme, una fondazione religiosa controllata dalla Giordania. Prima della Guerra dei Sei giorni, infatti, era la Giordania a controllare la parte di Gerusalemme dove si trova la Spianata. Secondo gli accordi, gli ebrei possono pregare soltanto presso il Muro del pianto, raggiungibile tramite un ingresso separato, mentre il resto delle aree di culto è riservato ai musulmani. Nei giorni del Ramadan, il mese sacro per il musulmani, migliaia di palestinesi partecipano alle funzioni religiose alla moschea al Aqsa. L’immediata vicinanza al Muro del Pianto – oltre che la possibilità di girare per Gerusalemme, che raramente viene concessa dalle autorità israeliane – produce spesso manifestazioni di protesta e tesnioni, che quest’anno sono avvenute in un clima ancora più teso. Lo status quo nella Spianata delle Moschee è una delle ragioni più importanti di scontro tra ebrei e palestinesi, ed è stato messo in discussione più volte: la più celebre avvenne quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon entrò nella Spianata delle Moschee in segno di provocazione, provocando nel 2001 la seconda intifada, una ribellione di massa dei palestinesi contro l’occupazione israeliana.
Una delle principali ragioni degli scontri di questi giorni nasce però da un quartiere di Gerusalemme nei pressi della Città vecchia, Sheikh Jarrah, dove la comunità araba da secoli costituisce la maggioranza della popolazione ma dove da altrettanto a lungo è presente una significativa presenza della comunità ebraica. Nel quartiere si trova infatti la tomba di Simeone il Giusto (Shimon Hatzadik), un famoso rabbino vissuto fra il terzo e il quarto secolo a.C. – secondo la Bibbia fu lui ad accogliere Alessandro Magno a Gerusalemme – il cui luogo di sepoltura è meta di pellegrinaggio fin dal medioevo. Da decenni nel quartiere sono in corso complesse dispute territoriali, perché la comunità ebraica reclama – sulla scorta di atti di acquisto risalenti all’Ottocento e di una legge che permette agli ebrei profughi di guerra di tornare alle proprie case – alcuni terreni attorno alla tomba di Simeone in cui negli anni Cinquanta il governo giordano insediò 28 famiglie di sfollati palestinesi dopo la guerra del 1948, quella che diede vita allo stato di Israele. Questa settimana la Corte suprema israeliana avrebbe dovuto prendere una decisione definitiva sullo sfratto di tre famiglie, ma ha poi deciso di rimandare la sentenza per evitare di alimentare tensioni.
La questione di Gerusalemme è da decenni uno dei punti chiave del conflitto tra Israele e Palestina. Sia la Spianata delle Moschee sia il quartiere di Sheikh Jarrah si trovano a Gerusalemme Est, cioè la parte della città abitata in prevalenza da arabi e che Israele occupa militarmente dal 1967. In teoria Gerusalemme è tagliata a metà dalla cosiddetta Green Line, la linea tracciata dopo l’armistizio del 1948, alla fine della prima guerra fra arabi, palestinesi e israeliani. I territori a est della linea appartengono ai palestinesi, quelli a ovest agli israeliani. In pratica, però, Israele gestisce una fetta molto più ampia di quella che gli spetterebbe. Lo fa da quando vinse la Guerra dei sei giorni, in cui conquistò praticamente tutta l’odierna Cisgiordania (poi parzialmente ceduta ai palestinesi con gli accordi di Oslo del 1993). L’ONU e i principali paesi occidentali non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est a Israele: di conseguenza considerano Gerusalemme est come territorio occupato. La Green line da allora è il punto di partenza per le negoziazioni di pace fra Israele e Palestina: lo status di Gerusalemme, considerata la capitale legittima sia da israeliani sia da palestinesi, è tuttavia uno degli ostacoli principali di tutti i tentativi di negoziato, che sono diventati più complicati dopo che l’ex presidente americano Donald Trump ha aperto un’ambasciata degli Stati Uniti nella città. Nel tempo la questione è diventata ancora più complessa dal fatto che nella parte est della città gli israeliani hanno costruito decine di insediamenti per rendere materialmente più difficile, in futuro, una cessione completa della zona ai palestinesi. Da parte loro i palestinesi hanno sempre rifiutato una gestione più condivisa di posti come la Città vecchia, giudicandola un elemento non negoziabile nelle varie trattative di pace che si sono susseguite negli scorsi decenni.

La Striscia di Gaza e Gaza

I razzi dei gruppi armati palestinesi che in questi giorni cadono su Gerusalemme e sulle città israeliane sono lanciati dalla Striscia di Gaza, un’area separata dalla Cisgiordania e abitata esclusivamente da palestinesi. L’area è stata detenuta dall’Egitto fino al 1967, quando Israele la conquistò e la occupò militarmente, con modalità simili a quelle applicate in parte della Cisgiordania, fino al 2005. In quell’anno il primo ministro Ariel Sharon decise di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza e di cederne la gestione all’Autorità palestinese, e dispose inoltre la rimozione degli insediamenti e il trasferimento di oltre 10mila israeliani. Il governo della Striscia di Gaza fu lasciato all’Autorità Palestinese, sotto il controllo dei moderati di Fatah, organizzazione politica laica fondata alla fine degli anni Cinquanta e con sede a Ramallah in Cisgiordania. Fatah però fu progressivamente indebolita da Hamas, che vinse le elezioni locali. Nel 2007 Hamas cacciò Fatah con la forza – al termine di una sanguinosa guerra civile – e oggi controlla la Striscia autonomamente. La Striscia di Gaza è abitata da circa due milioni di persone e ha un’altissima densità di popolazione. La sua città principale, chiamata dai media anglosassoni Gaza City o semplicemente Gaza, ha una popolazione di poco meno di 600mila persone, moltissime delle quali vivono sotto la soglia di povertà e in condizioni al limite del disumano a causa del prolungato embargo israeliano che circonda la Striscia, che Israele mantiene per ragioni di sicurezza nei confronti delle attività terroristiche dei gruppi armati palestinesi. La stragrande maggioranza dei razzi di questi giorni parte proprio da Gaza. Per evitare ritorsioni alle proprie strutture, Hamas spesso colloca uffici e arsenali nelle aree più densamente popolate, come deterrente: spesso Israele colpisce comunque queste zone, ma usa spari di avvertimento prima di bombardare, in modo da distruggere le strutture di Hamas senza fare strage di civili. Ma in questi giorni sono stati bombardati anche Rafah, la principale città del confine sud, e Khan Yunis, sempre a sud. A causa dell’embargo israeliano, una buona parte degli scambi tra la Striscia di Gaza e il resto del mondo avviene tramite contrabbando grazie a tunnel sotterranei che periodicamente vengono scoperti e distrutti dalle autorità israeliane, e poi ricostruiti. I tunnel servono ad Hamas anche per ottenere i razzi o le parti necessarie per costruirli. Nel 2019 gli esperti ritenevano che Hamas e il Jihad islamico avessero accumulato tra i 5.000 e i 20.000 razzi di vario tipo, i più sofisticati dei quali possono raggiungere una distanza di circa 160 chilometri e quindi colpire quasi tutto il territorio di Israele. Gran parte dei razzi fino a qualche anno fa era fornita dall’Iran, alleato di Hamas e del Jihad islamico, che riusciva a far passare interi razzi o parte di essi dai tunnel. Con l’aumento dei controlli negli ultimi anni, i palestinesi nella Striscia hanno cominciato a produrre i propri razzi da zero, spesso in laboratori sotterranei, partendo dalle materie prime. Finora negli ultimi giorni a causa dei bombardamenti israeliani nei centri abitati sono morte almeno 67 persone. In Israele ne sono morte almeno 7 a causa dei lanci di razzi.

Ashkelon

Ashkelon è una cittadina che si trova sulla costa israeliana, a sud di Tel Aviv, e ha poco meno di 150mila abitanti. Viene citata molto spesso quando si verificano combattimenti tra Israele e i gruppi armati nella Striscia di Gaza per la sua vicinanza alla Striscia: appena 13 chilometri a nord del confine, che ne fanno un obiettivo facile da raggiungere per i razzi sparati da Hamas e dal Jihad islamico. Non è l’unica città israeliana a trovarsi in questa situazione, ma è probabilmente la più rappresentativa. Non è sempre stato così: se oggi alcuni dei missili di Hamas riescono a raggiungere la gran parte del territorio israeliano, e anche in questi giorni hanno colpito Tel Aviv, fino a una quindicina di anni fa l’artiglieria del gruppo era così rudimentale che riusciva a colpire esclusivamente i territori immediatamente oltre confine, come per esempio la cittadina di Sderot, che si trova a meno di un chilometro dalla Striscia di Gaza. I primi missili hanno raggiunto Ashkelon nel 2006, ed è stato per proteggere città come Ashkelon e Beersheba che nel 2011 è stato messo in funzione Iron Dome, il sistema antimissilistico israeliano finanziato in parte dagli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, ha raccontato il Times of Israel, sono caduti su Ashkelon centinaia di missili, e sono morte almeno due persone. I rifugi antimissile non sono sufficienti per proteggere i residenti in periodi di tensione come questo e, ha detto uno di loro, «non possiamo fare affidamento soltanto su Iron Dome e sulla fortuna».

Lod

Lod è una cittadina a circa 15 chilometri a sud-est di Tel Aviv dove sta succedendo qualcosa di relativamente nuovo: a partire da martedì, il giorno dopo l’inizio dei combattimenti tra Israele e i gruppi armati della Striscia di Gaza, sono cominciati scontri interni tra la comunità araba e quella ebraica, che il sindaco della città, Yair Revivo, ha definito come una «guerra civile». Lod è una città mista: ha circa 75 mila abitanti, di cui un terzo circa arabi. Le proteste e gli scontri più duri sono partiti dai membri della comunità araba, che hanno dato fuoco a decine di auto e vandalizzato i negozi degli ebrei, minacciando anche le sinagoghe. Ci sono stati scontri, anche armati, con la polizia, e diversi morti e feriti. L’11 maggio il governo israeliano ha dovuto dichiarare lo stato di emergenza a Lod, ed è la prima volta che è costretto a farlo su una comunità araba nel proprio territorio dal 1966. A Lod la più attiva negli scontri è stata la comunità araba, mentre a Bat Yam, poco fuori da Tel Aviv, la situazione si è ribaltata e la rete televisiva Kan ha filmato numerosi appartenenti alla comunità ebraica mentre linciavano una persona identificata come un arabo. Gli arabi che vivono a Lod o in un’altra città costiera come Acri sono in maggioranza cittadini israeliani a pieno titolo, che sulla carta godono della quasi totalità dei diritti garantiti dallo stato di Israele (sono esentati, per esempio, dal servizio di leva obbligatorio). In realtà la comunità araba israeliana, composta da poco meno di due milioni di persone, sostiene di essere vittima di discriminazione e segregazione di ogni tipo: a Lod, per esempio, nel 2010 fu costruito all’interno della città un muro per separare i quartieri abitati dagli ebrei da quelli abitati dagli arabi.

Torna su

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi