40 anni fa: attentato a papa Giovanni Paolo II

Nel pomeriggio del 13 maggio 1981, quarant’anni fa, Karol Wojtyla si trovava a piazza San Pietro, a Roma, circondato da un sacco di gente. Wojtyla, che all’epoca era Papa con il nome di Giovanni Paolo II, era lì per celebrare l’apparizione della Madonna di Fatima e per tenere un’udienza generale, e la folla era lì per ascoltarlo. Mentre attraversava la piazza con la papamobile, tendendosi verso le persone e dando loro la mano, si udirono all’improvviso alcuni spari. Erano le 17,19. Wojtyla si accasciò e tra lo sgomento generale si capì che gli spari lo avevano ferito. Nel giro di pochi minuti fu messo su un’ambulanza che si diresse il più in fretta possibile verso il Policlinico Gemelli di Roma. Nel frattempo in piazza le persone rimasero frastornate. Molte iniziarono a piangere, convinte che il Papa fosse morto. Anche i medici che lo assistettero al Gemelli pensarono al peggio, perché Wojtyla aveva perso molto sangue a causa di un’emorragia interna. I medici iniziarono a operarlo alle 18 circa e finirono più di cinque ore dopo, con successo. L’attenzione mediatica sull’attentato al Papa fu ovviamente altissima, per giorni ci furono concitate edizioni straordinarie della Rai per seguire gli sviluppi, e le pagine dei giornali si riempirono di notizie sulle condizioni di Wojtyla e di speculazioni sui motivi dell’attentato. L’uomo che aveva sparato fu individuato quasi subito e arrestato, poco dopo che il Papa era stato portato via. I notiziari parlarono inizialmente di un «giovane dalla pelle scura», poi l’ANSA seppe che si trattava di un turco di 23 anni. Di lì a poco si seppe anche la sua identità: Ali Agca, fuggito poco prima da un carcere di Istanbul e membro dell’organizzazione terroristica nazionalista Lupi Grigi. Anni dopo suor Letizia Giudici, presente in piazza San Pietro quel 13 maggio, raccontò di aver fermato Agca saltandogli addosso, mentre indietreggiava con la pistola in mano dopo aver sparato. Agca fu sottoposto a processo per direttissima, cioè senza le fasi preliminari previste dal processo penale. Il processo durò soli otto giorni e il 22 luglio 1981 fu condannato all’ergastolo. Né lui né il suo difensore d’ufficio decisero di ricorrere in appello. Agca aveva una personalità particolare. I mezzi di informazione italiani lo definivano «mattoide», e la stessa difesa aveva puntato sulla schizofrenia per giustificare l’attentato, che Agca avrebbe compiuto da solo. Le motivazioni della sentenza invece alludevano a presunti complici e a un’organizzazione eversiva «rimasta nell’ombra». A novembre del 1981, quindi, venne aperta un’indagine per accertare la presenza di eventuali complici, ma fin dall’inizio ricostruire i fatti fu complicato anche perché Agca cambiò versione decine di volte, tirando in mezzo presunte talpe interne al Vaticano, connessioni con la sparizione di Emanuela Orlandi, e qualche anno fa addirittura l’ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini, il religioso che guidò la rivoluzione in Iran del 1979. Tra gli altri indicò anche tre cittadini bulgari come complici, cosa che appoggiava l’ipotesi prevalente di quel periodo, cioè che l’attentato a Wojtyla fosse parte di un complotto internazionale mosso dai servizi segreti bulgari su commissione del KGB (i servizi segreti sovietici). Contro i tre fu intentato un processo, durante il quale Agca affermò di essere Gesù reincarnato e disse che l’attentato era legato in qualche modo al terzo segreto di Fatima. I tre presunti complici furono assolti per insufficienza di prove. Oggi Agca si trova in libertà in Turchia. Nel 2000 gli fu concessa la grazia dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; fu estradato in Turchia dove scontò alcuni anni di prigione per un altro attentato in cui aveva ucciso un giornalista. Nel 2010 fu scarcerato definitivamente per effetto di un’amnistia. Wojtyla e Agca si incontrarono una volta, alla fine del 1983, in presenza di una piccola folla di telecamere e giornalisti. In quell’occasione Wojtyla perdonò il suo attentatore, ed ebbe un colloquio con lui piuttosto intimo ed emozionato, durante il quale i due si strinsero la mano e si abbracciarono. Nonostante la presenza delle telecamere, gran parte delle cose che si dissero sono ancora oggi ignote. Wojtyla commentò così l’incontro: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui».

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