Italia, Francia e Spagna: “cugini” del “Recovery fund”. Secono un luogo comune siamo accomunati da varie affinità

Un luogo comune molto diffuso vuole che Italia, Francia e Spagna siano paesi “cugini”, accomunati da varie affinità oltre all’appartenenza, assieme ad altri, al continente europeo. L’affaccio comune sul Mar Mediterraneo si aggiunge a molte altre connotazioni linguistiche, culturali e comportamentali condivise molto più che con quei paesi che più a est si affacciano anch’essi sul mare nostrum. Nei luoghi comuni il rischio di banalizzazione è spesso alto: è bene ricordare che molte sono anche le sfumature di diversità tra questi popoli, e soprattutto tra i singoli che li compongono. Detto questo, spesso sono stati i numeri, o gli eventi sociali, ad aver rafforzato queste affinità. Anche in tempi recenti. Prima della pandemia, per esempio, la somma dei pernottamenti fatti da extraeuropei in questi tre paesi copriva la metà del numero complessivo registrato in tutto il continente. La Spagna in particolare, nel 2018, è risultata la destinazione turistica preferita nell’UE da chi sceglieva di viaggiare al di fuori del proprio paese, con 301 milioni di pernottamenti in esercizi ricettivi turistici, pari al 23% del totale europeo. I tre paesi sono anche al top negli indicatori culturali: Italia e Spagna sono i primi due per numero di siti Unesco, con la Francia solo di recente superata al terzo posto dalla Germania ma giusto di una unità. Per conseguenza, quel che accade da un anno a questa parte accomuna queste tre nazioni anche nella malasorte; ma le reazioni, come è facile che sia, non sono necessariamente identiche. Al pari degli altri 24 stati UE, Italia Francia e Spagna in cerca di pronto soccorso economico hanno guardato in primo luogo ai soldi dell’Unione Europea. Quest’ultima ha risposto in particolare la scorsa estate, ricorrendo al bilancio comunitario. O meglio, al Recovery Plan. Anzi, al Next Gen Eu… okay, proviamo a rimettere un po’ d’ordine. Per i sei anni che corrono tra il 2021 e il 2027, l’Unione Europea ha stanziato un programma straordinario di finanziamenti da 750 miliardi di euro, denominato Next Generation European Union, in aggiunta a quelli previsti nel Quadro finanziario pluriennale, il quale ha una dote di 1.073 miliardi. La somma dei due strumenti è pari a 1.823 miliardi di euro. Il NextGenEu, ovvero il pacchetto straordinario di risorse, è suddiviso in vari programmi di spesa, il principale dei quali è il Recovery and Resilience Facility, divenuto più familiarmente noto come “Recovery fund”. A livello comunitario ha a disposizione 672 miliardi, suddivisi in parti quasi uguali tra una parte di prestiti e una di soldi a fondo perduto. Quest’ultima è evidentemente quella più ambita, e l’Italia è quella che ha visto assegnarsi la parte più cospicua, circa il 20% del totale, seguita da Spagna (19%) e Francia (11%). Nel complesso, considerando anche i prestiti, l’Italia ha in pectore 220 miliardi di euro; 140 sono quelli per la Spagna, 100 per la Francia. Attingere al pronto soccorso economico richiede una condizione: presentare un piano di spesa che sia in linea con i criteri di assegnazione. Vale per tutti i paesi dell’Unione, 17 dei quali ad inizio febbraio l’avevano già presentato. Tra questi non ci sono ancora né l’Italia né la Spagna. Il programma italiano di utilizzo degli investimenti si chiama Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La bozza più recente, presentata dal governo uscente al Parlamento il 15 gennaio, è attualmente in fase di audizione nelle Commissioni Parlamentari. Nella versione attuale è suddiviso nelle cosiddette “Missioni”, che sono sei: digitalizzazione, salute, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione ricerca e cultura, equità. Il programma spagnolo è denominato Plan de recuperación, transformación y resiliencia. Nella più recente versione è stato presentato il 22 gennaio dal governo alle parti sociali; l’impianto definitivo, tutt’ora in elaborazione, dovrebbe presentare quattro “pilastri”: transizione ecologica, digitale, parità dei sessi, coesione. Tra le tre “cugine”, la Francia appare decisamente più avanti. Anche perché ha posto le basi per comunicare al meglio l’argomento. Ai primi di settembre dell’anno scorso il governo francese aveva presentato un piano complessivo denominato “France relance”, dove sono radunati gli interventi previsti sia grazie ai fondi europei che a quelli nazionali. Tra i suoi contenuti spiccano anche misure che nel corso dei mesi abbiamo ben conosciuto anche in Italia, come gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche o gli stanziamenti straordinari per la ricerca; ma ne fanno parte anche gli stimoli all’assunzione a tempo di giovani che, stando a Parigi, avevano interessato più di un milione di under 26 già a dicembre; o circa tre miliardi e mezzo di euro di investimenti nel settore industriale. A differenza di quanto hanno fatto i “cugini”, in Francia è stato allestito un specifico sito internet, planderelance.gouv.fr, dove gli interessati possono consultare i diversi strumenti di sostegno a seconda che siano cittadini, imprese o comunità locali. Al suo interno, una pagina-contatore viene aggiornata periodicamente per sintetizzarne il numero di progetti presentati o di aiuti assegnati. E in un’apposita sezione sono riuniti in ordine cronologico le decine di comunicati stampa che da settembre a ora ha diffuso in proposito il referente del Piano, ovvero il Ministero dell’Economia. L’ultimo è di fine gennaio, e vi si scoprono anche misure originali rispetto a quelle fin qui sperimentate in Italia: per esempio, l’abbattimento del costo per pasto nelle mense universitarie, passato da 3,5 a 1 euro, per contrastare la dispersione studentesca. Come peraltro accaduto in passato, tanto per tornare ai luoghi comuni, i francesi non sono certo restii a incensare le cose che fanno, e l’occasione del piano di resilienza probabilmente ne è l’ultima riprova. Detto questo, di fronte a chi fa o dà a vedere di fare possiamo avere due tipi di atteggiamento: voltare orgogliosamente lo sguardo dall’altra parte, oppure indossare lenti buone e guardare a fondo cosa c’è di vero e buono, magari da emulare. In vista dell’effettiva attuazione del programma straordinario di finanziamenti, e quindi dell’erogazione dei soldi, l’Unione Europea concede tempo fino al 30 aprile a ogni stato membro per presentare un piano credibile. Paese avvertito, mezzo salvato.

Cos’è e come funziona il recovery fund (o il “Next Generation Eu”)

Secondo quanto dichiarato dalla Von der Leyen, il recovery fund, o meglio il “Next Generation Eu”, “è un fondo che si aggiungerà a un Quadro finanziario pluriennale (Qfp) che è stato riveduto a 1.100 miliardi, arrivando così ad un totale di 1.850 miliardi”. Bisogna ricordare che a questa cifra vanno sommati i 550 miliardi delle misure già approvate: Mes light, Sure per la disoccupazione e fondi Bei. Ciò significa che il piano europeo per la ripresa si attesta a circa 2.400 miliardi di euro. Entrando più nel dettaglio, il recovery fund, sarà finanziato direttamente dai mercati tramite le emissioni di obbligazioni proprio da parte della Commissione europea. Ciò significa che a essa saranno affidati nuovi poteri di finanziamento che, fino ad ora, sono limitati alla Banca europea degli investimenti e al Mes. È importante evidenziare che i titoli avranno scadenze diverse, ma l’impegno è di rimborsarli entro il 2058 e non prima del 2028. Inoltre, Ursula Von der Leyen ha lanciato un importante segnale ai Paesi membri per ripagare il debito, dichiarando che “la Commissione proporrà poi nuove forme per il recupero dei fondi, sul commercio delle emissioni o con una tassa sull’emissione di CO2 oppure pensiamo a una tassa sul digitale. Chi genera miliardi di utili dovrà versare un contributo per il bene comune”. Quanto al suo funzionamento, la proposta della Commissione guarda pressoché al futuro. Le risorse, infatti, dovranno essere utilizzate non solamente per il rilancio, ma soprattutto per modernizzare l’attuale sistema economico. Ciò significa che le priorità saranno due pilastri ben precisi: digitale e ambiente. Proprio per questo, come spiegato dal vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ogni Paese membro dovrà presentare un proprio piano nazionale che sarà valutato da Bruxelles. In sintesi, l’uso dei fondi del Next Generation Eu sarà strettamente legato alle misure nazionali e alle raccomandazioni specifiche per Paese.

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