C’è una regola non scritta del potere: quando la casa brucia indica l’incendio di un’altra casa. In questi giorni il governo Meloni agita con zelo il lutto e lo scandalo d’oltreoceano – l’assassinio di Charlie Kirk, subito arruolato nel teatrino delle polarizzazioni – per riempire i talk show, inondare i feed e spostare lo sguardo. Il dolore altrui diventa materiale di scena. Il messaggio è chiaro: discutiamo della furia ideologica americana, non delle bollette italiane, non dei salari compressi, non delle promesse evaporate. Funziona? Solo finché il frigorifero resta vuoto. (Su Kirk basta leggere cronache e reazioni ufficiali: la notizia è reale, la strumentalizzazione anche).
Meloni è rimasta fedele a una costante: annunciare rivoluzioni, consegnare pittura fresca su muri vecchi. La retorica contro “i privilegi di palazzo” si è scontrata con la realtà di emendamenti e odg che hanno riaperto il ballo su aumenti e trattamenti per ministri e deputati, salvo retromarce quando la bufera monta. È il governo che tuona contro i “casta-simboli” mentre lascia scivolare il discorso pubblico verso il moralismo d’occasione. L’effetto: un Paese che guarda la giostra e non la cassa.
Nel frattempo la vita reale presenta il conto. La crescita procede al rallentatore; i salari reali faticano a rialzare la testa dopo anni di inflazione che ha mangiato potere d’acquisto. Gli indici migliorano sulla carta, ma nei carrelli della spesa non si vedono miracoli. Quando il governo rivendica “tenuta” i lavoratori sentono “tenuta… delle spese fisse”. Se chiedi a una famiglia di periferia se il “modello Meloni” ha cambiato la settimana la risposta è un silenzio lungo: benzina su, affitti su, stipendi fermi. I grafici non fanno la spesa.
C’è poi il capitolo informazione. Tra microfoni caldi, crociate contro i “giornaloni” e l’ossessione per il controllo del racconto, il quadro che emerge agli osservatori internazionali è quello di un esecutivo nervoso verso la stampa, pronto a premere sul vetro della Rai e a polemizzare con chi non si allinea. Una democrazia adulta sopporta il rumore: qui si prova a ovattarlo. E quando non si può, si alza il volume dell’ultima polemica identitaria: la polvere che solleva ogni distrazione.
Sull’estero la linea è una geometria variabile: fermezza a targhe alterne, atlantismo di maniera e un appoggio politico che, sul dossier israelo-palestinese, ignora o minimizza la gravità certificata da tribunali e agenzie Onu. Chi chiede un cessate il fuoco stabile e il rispetto del diritto internazionale non è “estremista”: è alfabetizzato alla legge. La Storia registra: non perdona i governi che confondono diplomazia con tifoseria. (Qui basterebbe leggere le decisioni e gli allarmi ufficiali per capire quanto sia fuori tempo la propaganda da curva sud).
Il punto, allora, non è Meloni “cattiva” per vocazione. È il metodo: raccontare una guerra culturale permanente per coprire una pace sociale precaria. Tenere il Paese sul filo del risentimento mentre la sanità annaspa, la scuola invecchia, i giovani scappano, i salari arrancano. Il governo è eletto dal popolo: dovrebbe ricordarselo quando il popolo chiede risposte e riceve rulli di tamburo. La distrazione è un’arte, sì. Ma a fine mese l’arte non paga l’affitto. E il giocoliere, quando gli cadono le clave, non può dare la colpa al pubblico.


