Il semestre filtro e l’illusione dell’accesso libero a Medicina

C’è un modo elegante di cambiare una selezione senza abolirla: spostarla. Il cosiddetto “semestre filtro” per Medicina, Odontoiatria e Veterinaria è, in sostanza, questo. Non più un unico test d’ingresso prima ancora di mettere piede in aula; piuttosto un ingresso iniziale più ampio, seguito da una selezione che avviene dentro l’università, nel giro di pochi mesi, attraverso prove standardizzate che decidono chi prosegue e chi no. È un cambiamento non banale, ma non è – come qualcuno lo racconta con leggerezza – la fine del numero chiuso. È la sua metamorfosi.

Il modello è lineare: nel primo semestre si frequentano tre insegnamenti-chiave (Chimica e propedeutica biochimica, Fisica, Biologia) e poi si sostengono tre prove nazionali uguali per tutti. La parola “esame” suona più accademica, più rassicurante; ma la struttura dice altro: tempi stretti, domande a scelta multipla e a completamento penalità per gli errori e un punteggio che non misura soltanto cosa sai, ma quanto velocemente lo sai tirare fuori sotto pressione. La selezione, insomma, non è solo una questione di contenuti: è una prova di resistenza cognitiva.

Qui si apre la prima questione: che cosa stiamo selezionando davvero? Un futuro medico dovrebbe certamente padroneggiare il ragionamento scientifico; ma la medicina reale richiede anche capacità narrative, ascolto, decisione clinica in condizioni di incertezza, cooperazione, responsabilità etica. Nessuno pretende che queste dimensioni siano misurate in un test del primo semestre. Però un sistema di accesso serio dovrebbe almeno evitare l’equivoco di scambiare la rapidità nel rispondere a quiz per “talento medico”. Se la porta d’ingresso è disegnata come un imbuto di velocità la società finirà per ottenere un campione di studenti allenati soprattutto a quel tipo di performance: reattivi, competitivi, spesso ottimi, ma selezionati con un criterio che non coincide necessariamente con la qualità umana e professionale che poi pretendiamo nei reparti.

La seconda questione è più ruvida e riguarda l’equità. Il semestre filtro viene percepito come più “giusto” perché offre a molti l’opportunità di provarci dall’interno, frequentando davvero l’università. Ma l’uguaglianza formale non è parità reale. Se l’impianto premia una base solida in fisica, matematica e chimica – e lo fa con prove rapide e con penalità – allora chi arriva da scuole forti, da docenti esigenti, da contesti familiari che hanno potuto sostenere ripetizioni e preparazioni mirate parte con un vantaggio strutturale. L’accesso “aperto” rischia così di diventare una fase di assestamento in cui le disuguaglianze si redistribuiscono, non si correggono: una selezione spostata di qualche mese, ma non necessariamente resa più democratica.

In questo senso è comprensibile il sospetto: quando alcuni docenti di altri corsi di laurea riescono a superare queste prove “in virtù della preparazione di base”, stanno mostrando un punto fondamentale. Non è solo che “sono più bravi”: è che possiedono già il linguaggio e l’automatismo del ragionamento scientifico, oltre a un metodo universitario consolidato. Sanno gestire tempi, ansia, strategie (quando conviene rispondere, quando conviene lasciare in bianco). Il semestre filtro non misura soltanto conoscenza: misura anche esperienza nel farsi valutare così. E l’esperienza, in Italia, è distribuita in modo disomogeneo.

Arriviamo alla terza questione: il confronto generazionale. Dire che “gli studenti di oggi sono meno preparati” è un giudizio che rischia di essere emotivo e spesso è ingiusto se pronunciato in blocco. La realtà è più precisa e più dura: negli ultimi anni la scuola ha accumulato fratture – territoriali, sociali, organizzative – e la pandemia ha aggravato differenze già presenti. In molte classi il tempo effettivo di apprendimento è stato eroso; in molte scuole la continuità didattica è fragile; la valutazione, talvolta, tende a essere più indulgente o più disallineata rispetto a standard robusti. Il risultato non è una generazione “peggiore”: è una generazione più diseguale. E un sistema di selezione ad alta pressione è una macchina che amplifica le diseguaglianze.

Da qui l’eventuale “accusa” ai programmi ministeriali va maneggiata con cura. I programmi, da soli, non spiegano tutto. Spiegano poco, se non vengono sostenuti da ore adeguate, laboratori reali, docenti stabili, valutazioni coerenti, strumenti per colmare i divari. Mettere sotto accusa solo i programmi, si rischia di colpire il bersaglio più visibile e di mancare quello più determinante: la resa concreta del sistema, la sua capacità di trasformare un programma scritto in competenze effettive. Il semestre filtro, però, può funzionare come uno “stress test” nazionale: se la prova di fisica diventa lo sbarramento reale non è soltanto un fatto universitario. È un messaggio impietoso su ciò che viene (o non viene) consolidato prima.

Poi c’è un’ultima domanda che pesa più di tutte: qual è lo scopo politico di questa riforma? Se l’obiettivo è selezionare i migliori allora servono criteri che non confondano “rapidità da quiz” con “qualità da medico” e che non trasformino la provenienza scolastica in destino. Se l’obiettivo è ampliare l’accesso mantenendo sostenibile la formazione clinica allora la selezione deve essere trasparente, calibrata e accompagnata da veri percorsi di recupero e orientamento, non da un semplice meccanismo di esclusione.

Il semestre filtro può essere un progresso se diventa un ponte: più tempo per capire, più contatto con lo studio universitario, più responsabilità nel giudizio. Può diventare, invece, una regressione se si riduce a una maratona di test che premia chi ha già avuto molto e punisce chi arriva con lacune spesso non colpevoli. Spostare una selezione non significa renderla migliore. La domanda che dovremmo porci – senza slogan – è se questo nuovo imbuto stia facendo ciò che diciamo di voler fare: scegliere futuri medici capaci. O se stia semplicemente scegliendo i più allenati a sopravvivere all’imbuto.