Solo confusioni sinaptiche nello storytelling identitario lucano?

di asterisco

Carneade, chi era costui? Ci verrebbe da dire, leggendo il nome dell’ennesimo chef stellato, novello colonizzatore delle tradizioni culinarie che abbondano nel Bel Paese, dietro i paraventi identitari con cui si allettano i consumatori a loro volta preda  di un’ansia bulimica ricorrente, per certi versi patologica, del mangiar sano tornando alle origini.

La cosiddetta cucina domestica appartiene ormai al tempo passato ed è per sua stessa definizione, alla luce delle interazioni sociali del mondo in cui viviamo, irrealizzabile e improponibile. Il significato del termine latino domus (casa), da cui deriva l’aggettivo domestico, ne è la riprova. Oggi, in cui la privacy è pura apparenza mediatica, gran parte delle necessarie e contingenti relazioni sociali avvengono fuori dell’ambito domestico, tra riunioni di lavoro e frettolose convivialità con l’ostracismo dello stare seduti o alla tavola di un ristorante con l’immancabile telefonino e l’illusione di poter acchiappare comunque la freccia inesorabile del tempo! In tale necessaria e incombente corsa un po’ di moto fa sempre bene, se poi si associa anche a quello urbano, definito con il barbarismo di turno trekking, s’unisce l’utile al dilettevole! Importante è rimanere sempre connessi con l’aggeggino wi-fi attaccato a qualche parte anatomica.

Poteva mai la Basilicata, e il suo capoluogo, rimanere fuori da tali stramberie comportamentali? Perché non offrire al contempo, per la sua tradizione culinaria e per le sue bellezze naturali, un prezioso contributo turistico a questo sotteso neocolonialismo italiota?

La nostra fantasia e i nostri ricordi originari ci suggeriscono, però, di far canticchiare in siffatte occasioni il motivetto: e fosse mort’ tata e no lu ciucc…?