“Hikikomori” è un fenomeno di ritiro sociale volontario, in cui i giovani, soprattutto tra i quattordici e i trent’anni, si isolano nelle proprie abitazioni, preferibilmente in un locale intimo e limitato quale la stanza. In tal modo rifiutano qualsiasi tipo di contatto con l’esterno per un periodo prolungato di mesi o addirittura di anni.
Il fenomeno è iniziato in Giappone, infatti il termine “Hikikomori” deriva dal giapponese “Stare da parte” o “Ritirarsi” ed è stato coniato negli anni novanta dallo psichiatra Tamaki Saitō secondo l’assioma: Si parla di hikikomori quando una persona si ritira quasi completamente dalla vita sociale; trascorre la maggior parte del tempo confinata nella propria abitazione, spesso nella propria stanza; evita relazioni interpersonali significative al di fuori del nucleo familiare; mantiene tale condizione per almeno sei mesi.
Questo triste comportamento si è dilagato velocemente in Corea del Sud e nel resto del mondo.
Recenti ricerche indicano circa 1,5 milioni di persone hikikomori in Giappone (1,3 % dell’intera popolazione), 540.000 in Corea del Sud (1,1 %).
In Italia i dati sono più precisi e mirati agli adolescenti tra e 15 e i 19 anni. Secondo uno studio del CNR, fatto su un campione di 12.000 studenti, il 2,1% degli studenti si autoidentifica come hikikomori e arriva a una stima di circa 54.000 giovani in questa fascia d’età. Tali dati sono stati confermati dal Ministero dell’Istruzione.
In altri paesi europei non sono disponibili statistiche ufficiali complete, ma alcune proiezioni in Francia, UK e Germania indicano percentuali nell’ordine di 1 – 3% nelle fasce giovanili, quindi in linea con quelle in Italia.
Questo triste ed estremo ritiro sociale non ha una causa unica, ma ha origine da più fattori, che si sovrappongono e che ciascuno ha ovviamente una rilevanza più o meno importante per il singolo individuo.
– Motivi individuali: molti giovani presentano una marcata sensibilità emotiva, bassa autostima, paura del giudizio degli altri e una forte difficoltà nella gestione delle “sconfitte”.
– Motivi familiari. In parecchi casi il contesto familiare assume un ruolo fortemente bivalente. Infatti famiglie iperprotettive o, al contrario, orientate alla performance possono aumentare la pressione sul giovane; inoltre la tendenza a “normalizzare” l’isolamento e a garantire un supporto pratico può mantenere la condizione del ritiro.
– Ambienti scolastici e sociali. La scuola rappresenta uno degli ambienti più critici; un sistema percepito come competitivo, valutativo e poco inclusivo può accentuare il senso di inadeguatezza. A livello più ampio, una società che enfatizza il successo, la visibilità e la produttività tende a marginalizzare chi non riesce ad adeguarsi a tali standard. Esperienze di bullismo, esclusione sociale o insuccessi scolastici possono fungere da eventi scatenanti.
– Il ruolo delle tecnologie digitali, quali internet, i videogiochi e i social media non sono la causa diretta dell’hikikomori, ma possono diventare strumenti facilitativi. Il mondo digitale offre uno spazio controllabile, prevedibile e meno minaccioso rispetto alle interazioni fisiche, e rende l’isolamento più sopportabile e confortevole nel tempo.
– La pandemia da COVID-19 ha rappresentato un fattore aggravante. In un lasso temporale di più mesi siamo stati costretti a lavorare o studiare in ambienti e contesti chiusi; questo ha provocato un isolamento che tante persone hanno poi continuato ritenendolo una “normale e comoda condizione di vita”.
La forma di ritiro prolungato ovviamente provoca molti effetti negativi sull’individuo: aumento dell’ansia, dei sintomi depressivi e del rischio di comportamenti autolesionistici, apatia, attacchi di panico, inattività fisica, alterazione del ritmo sonno-veglia, perdita di contatto con la realtà esterna e rottura dei legami relazionali, sensi di colpa e di vergogna per la propria condizione etc.
Inoltre l’isolamento, se protratto, rende progressivamente più complesso il reinserimento e di conseguenza le strategie di intervento diventano più complesse e delicate. Il ritorno alla vita sociale non può essere imposto né improvviso. Le tappe iniziali verso una maggiore autonomia sono attività a bassa soglia relazionale come corsi online strutturati, volontariato leggero e laboratori protetti.


