I dazi con l’America: un’incognita ancora da scoprire

A oggi permane una certa confusione sui dazi americani dovuta anche alle continue trattative in corso. Da questo accavallarsi di notizie e numeri ho cercato di ricavare un quadro sintetico, e spero chiaro, diviso in più argomenti.

Politica di Trump e situazione economica attuale in America

In base allo slogan “Make America Great Again” Trump cerca di riequilibrare la bilancia commerciale dell’import-export: l’anno scorso gli Stati Uniti hanno venduto merci all’estero per una cifra di 2.084 miliardi di dollari e importato beni per 3.296 miliardi di dollari, ne consegue un disavanzo di ben 1.212 miliardi.

Rendendo più costosi i beni esteri, i dazi dovrebbero incentivare la produzione interna. L’intenzione di Trump è aumentare i posti di lavoro in tutte le attività che dalla materia prima realizzano il prodotto finale; la cosiddetta Manifattura negli ultimi cinquant’anni è scesa all’8% dell’occupazione totale americana.

Dall’inizio dell’anno il dollaro si è deprezzato di oltre il 10% rispetto all’euro. L’inflazione, sempre dall’inizio dell’anno, si è attestata intorno all’2,7%. L’indebolimento, che Trump definisce temporaneo, è sostanzialmente alimentato dall’altalena dei dazi e dalle peggiori previsioni sull’economia americana.

Resta il fatto che, a sei mesi dall’insediamento, l’indice di gradimento di Donald Trump è sceso al 37%, solo di poco superiore al minimo storico del 34%, registrato alla fine dello scorso mandato. Questo è dovuto a vari fattori. In campo internazionale, la possibilità di una pace a breve termine in Ucraina appare lontana, così come l’impegno per la risoluzione della crisi a Gaza. Su quello interno, il pugno duro con l’immigrazione, le rivalse sulle università, le continue querele con le Corti, il ricorso massiccio allo strumento dell’“executive order” alimentano difficoltà e incomprensioni con le varie etnie e culture della società americana.

Dazi UE e andamento dall’inizio dell’anno dell’export italiano in America.

Regge l’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea raggiunto in Scozia lo scorso 27 luglio: le nuove tariffe per l’Unione europea restano al 15%, come stabilito nel bilaterale tra il presidente americano e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Alto il trattamento riservato ad acciaio e alluminio, che continueranno a essere tassati al 50%, lasciando poco margine di manovra a produttori europei già sotto pressione.

Stabili i dazi sulla Gran Bretagna, al 10%. Aumentati, invece, quelli del Canada, dal 25% al 35%, e della Svizzera, al 39%.

Le esportazioni italiane negli Usa sono in aumento da gennaio, cioè da quando Trump ha iniziato a minacciare dazi al 30 e al 50%. C’è stato infatti un incremento del 3,2% nel primo trimestre rispetto a quello dell’anno scorso. Anche per questo sono migliorate le prospettive di crescita del 2025 per tutta la zona Euro: +1% nel 2025, contro lo 0,8% stimato dal FMI ad aprile.

Rischi delle imprese italiane

Oltre ai dazi, la svalutazione del dollaro rispetto all’euro rende più care le merci europee vendute negli Stati Uniti.

In contrapposizione è più conveniente per l’Unione Europea l’importazione di prodotti americani. Ricordiamoci che lo scorso 27 luglio, in cambio dei dazi al 15%, Bruxelles si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari in energia statunitense, compreso gas naturale liquefatto e petrolio. Inoltre, Bruxelles ha promesso 600 miliardi di investimenti negli Stati Uniti, tra cui l’acquisto di sistemi militari e infrastrutture legate all’industria difensiva. Si deve però sottolineare che questi impegni presi dall’UE sono strettamente politici, di conseguenza devono essere valutati dalle singole nazioni e dalle aziende.  

L’Osservatorio economico del ministero degli Esteri riporta che in Italia il 2024 ha registrato una esportazione verso gli USA di quasi 65 miliardi di euro, che equivalgono al 10,4% del totale dell’export italiano.

I settori più colpiti saranno:   

– La Farmaceutica sulla carta è quella che rischia di più con 10 miliardi di export negli Usa, che rappresentano quasi il 27% della produzione italiana e il 15% dell’esportazione USA. Se aggiungiamo i prodotti chimici la quota sale dal 15 al 20%. C’è però da sottolineare che i nostri prodotti farmaceutici non hanno altri mercati così ricettivi nel mondo.

– La Meccanica con un valore di 18 miliardi di euro è quasi il 27% dell’export verso gli USA.

A decrescere:

– La Moda con un valore di 11 miliardi di euro è il 17% dell’export verso gli Usa.

– L’Agroalimentare con un valore di 8 miliardi di euro è il 12% dell’export verso gli Usa.

– Il Trasporto con un valore di 7 miliardi di euro è l’11% dell’export verso gli Usa. 

– Il settore Gioielleria-Occhialeria-Arredamento con un valore di 6 miliardi di euro è il 9% dell’export verso gli Usa.

Note

– Nell’accordo del 27 luglio l’industria automobilistica e dei componenti auto aveva ottenuto un allentamento del dazio dal 25%, emesso il 2 aprile scorso, al 15%, ma successivamente questa clausola non compare in nessun ordine esecutivo; di conseguenza, e ad oggi, il dazio USA rimane al 25%. Una tariffa alta in un settore che in Italia ha bisogno di un forte “ribaltamento”. Nel primo semestre Stellantis ha prodotto il 33% di auto in meno rispetto al medesimo periodo del 2024, anno già nero per l’industria automobilistica. Occorrono investimenti e nuovi modelli, in sintesi una profonda e convinta innovazione.   

Pochi giorni fa Iveco è stata venduta all’indiana Tata Motors nel settore veicoli commerciali e a Leonardo nel settore Difesa. Un’operazione che non è piaciuta al mercato azionistico, infatti nella seduta di giovedì 31 luglio il titolo è scivolato a Piazza Affari.

– Nessuna concessione per i metalli industriali: i dazi Usa del 50% restano in vigore. Già nel 2018 Trump applicò tariffe del 25% all’acciaio e del 10% all’alluminio; l’Italia però nel tempo ha ridotto notevolmente l’export di acciaio ed è passata da 596.828 tonnellate del 2018 a 194.364 tonnellate nel 2024, quindi un decremento del 67%.

Conclusioni

Le ripercussioni sono in fase di studio, ma è sicuro che l’impatto dei dazi sarà disomogeneo; in estrema sintesi sarà più negativo nei settori di prodotti a bassa elasticità di prezzo e avrà una tenuta maggiore in quelli a fascia alta, cioè quelli maggiormente legati all’eccellenza del “Made in Italy”. A livello territoriale, secondo le osservazioni dell’“Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, il Nord Italia sarà quello maggiormente danneggiato perché di trazione industriale e più orientato all’export che vale il 68% del totale. Anche negli altri territori e regioni, ad eccezione della Sicilia e della Sardegna, la riduzione delle esportazioni previste è a doppia cifra con un picco del -34% in Val d’Aosta e del -19% del Trentino Alto Adige.

Enrico Casartelli
Enrico Casartelli
Articoli: 14