Dai Polly Pocket a Brainrot

di Caterina Iannelli

Un tempo bastava un micro armadio e una chiusura a scatto per farci sognare. Oggi invece collezioniamo pupazzi con l’ansia esistenziale negli occhi. No, non parliamo della preistoria, ma degli anni ‘90 in cui bastava una bambolina alta sei centimetri, con capelli di plastica rigidi come lacca da matrimonio e vestitini intercambiabili da infilare con la precisione di un cardiochirurgo, per sentirsi soddisfatti. Polly Pocket, Fashion Star Fillies, Mini Pet Shop: erano piccoli, portatili, color pastello e soprattutto: non ti fissavano nell’anima.

Oggi? Oggi collezioniamo Labubu e Brainroot. Due nomi che sembrano usciti da una band post-punk depressa, ma che in realtà sono le punte di diamante del collezionismo contemporaneo. Pupazzi antropomorfi dalle espressioni tra l’inquietante e il “ho appena scoperto di essere un algoritmo senziente”, venduti in blind box che costano quanto un paio di jeans in saldo.

Nei favolosi anni ‘90, il collezionismo era un atto d’amore. Di pazienza. Di polvere. Collezionavi perché ti piaceva, non per rivendere su Vinted al triplo del prezzo. Ogni Polly Pocket aveva una storia. Il tuo Tamagotchi moriva, sì, ma almeno non ti giudicava. Il massimo della “darkness” era un Troll con i capelli viola elettrico e una gemma nell’ombelico.

Ed eccoci ora: Labubu, con quel sorriso storto da Joker. Sono ovunque. Li trovi sulle mensole dei trentenni con i conti in rosso ma la collezione completa limited edition. Brainroot invece è la risposta alla domanda che nessuno ha fatto: “E se un vegetale facesse una gita a Cherbyl?” Occhi spalancati, espressione stanca, vibes da ‘ho fatto troppo tardi ieri sera anche se sono solo una rapa’.

C’è chi direbbe che oggi il collezionismo sia più maturo. Più profondo. Ma diciamoci la verità: è solo più costoso e più ansiogeno. Il design minimal fa da scudo a un vuoto esistenziale che i Polly Pocket, con le loro casette a forma di conchiglia e le loro piscine di plastica azzurra, non si sarebbero mai sognati di affrontare.

I giochi di oggi non ti fanno sentire una principessa. Ti fanno sentire vista. Da un pupazzo. Che sa tutto di te.

Conclusione? Chi ha vinto?

Difficile dirlo. Gli anni ‘90 ci hanno dato la leggerezza. Il presente ci regala l’ansia da preordine.

Ma in fondo, che si tratti di un cavallino con la criniera arcobaleno o di un coniglio psichedelico con l’aria da ex recluso, il senso è sempre lo stesso: collezionare ci fa sentire un po’ padroni del caos. Anche se oggi quel caos ha un nome, un prezzo, e spesso… le orecchie lunghe e lo sguardo perso nel vuoto.