La scorsa settimana le immagini di “Operation Spiderweb” – una pioggia di droni ucraini che ha incenerito parte della flotta strategica russa – hanno riacceso la domanda più inquietante del nostro tempo: Mosca può davvero spingersi al bottone nucleare? Secondo indiscrezioni filtrate da ambienti occidentali Vladimir Putin avrebbe parlato al telefono con Donald Trump elencando una serie di opzioni di rappresaglia, fra cui l’impiego di armi tattiche e missili ipersonici Mach 10.
Il Cremlino, intanto, si presenta ai negoziati di Istanbul con richieste che suonano più come un diktat che come una proposta di pace: cessione di ulteriori territori e drastica riduzione dell’esercito di Kyiv. Di fronte a queste condizioni Volodymyr Zelenskyj ha liquidato i colloqui di basso livello definendoli «inutili» finché non sfoceranno in un faccia a faccia con Putin. Il risultato è un tavolo diplomatico in coma e un campo di battaglia che ribolle: un terzo dei bombardieri nucleari russi sarebbe ormai fuori uso, costringendo l’aviazione di Mosca a ripiegare sui Sukhoi per i lanci di cruise.
Fin qui i fatti. Eppure la cronaca, da sola, non basta a spiegare l’odore di ozono politico che aleggia su Europa e mondo. Il rischio nucleare non nasce solo dai tubi di lancio, ma da quattro fattori che si alimentano a vicenda. Primo: la percezione russa di un progressivo logoramento delle proprie capacità strategiche, amplificata dagli attacchi dronistici in profondità. Secondo: la tentazione di trasformare la “bomba” in strumento di coercizione diplomatica, specie ora che le sanzioni mordono e l’esercito fatica ad avanzare. Terzo: la volatilità della politica interna moscovita, in cui la linea dura offre ancora dividendi di consenso. Quarto: l’asimmetria informativa, che spinge l’opinione pubblica globale a oscillare fra panico e rassegnazione.
Davanti alla prospettiva di un errore di calcolo – il lancio di un singolo ordigno tattico per “dare un segnale” – il concetto di deterrenza classica mostra crepe vistose. Non siamo più nell’equilibrio del terrore bi-polare, ma in una guerriglia ad alta tecnologia dove l’escalation può nascere da un drone di 5.000 euro. Continuare a evocare la “linea rossa” senza articolare percorsi di de-escalation significa giocare con i fiammiferi in un deposito di carburante.
Che fare, dunque? Primo, disinnescare la retorica atomica con un impegno congiunto delle potenze nucleari: dichiarazioni pubbliche, verificate da enti indipendenti, che escludano l’uso di armi non strategiche. Secondo, rilanciare il lavoro dietro le quinte: canali militari diretti Mosca-Washington-Kyiv per gestire gli incidenti e ristabilire le “guard-rails” che ai tempi della Guerra fredda evitarono catastrofi. Terzo, investire nel multilateralismo della sicurezza europea: un formato che includa Turchia, Cina e Ue, offrendo a Putin un’alternativa alla vittoria impossibile o all’Armageddon.
Pensare che la guerra nucleare sia «pazzia» non basta più; è tempo di agire come se la razionalità fosse l’unica carta rimasta. Lavorare per la pace, oggi, significa anche riconoscere che la minaccia va chiamata per nome, contrastata con diplomazia creativa e neutralizzata con fatti verificabili. Se falliamo il filo nucleare potrebbe spezzarsi e e sotto non c’è rete di sicurezza.


