Il fuoco palestinese è diventato il crocevia su cui il centrosinistra italiano tenta di riorganizzare identità e consensi. Ma quanta indignazione autentica c’è dietro lo sventolio di kefiah e quanta, invece, ricerca di rendita politica e geopolitica? Un’analisi di atti regionali, numeri elettorali e dinamiche di coalizione suggerisce un rapporto circa 60% strategia, 40% vero dolore.
In prima fila siedono le giunte “rosse” o rosé del Sud e dell’Emilia. Puglia ed Emilia-Romagna hanno rotto i protocolli istituzionali tagliando rapporti con Tel Aviv e chiedendo l’embargo sulle armi. Toscana si è spinta oltre, avviando la procedura costituzionale per presentare in Parlamento una proposta di legge sul riconoscimento di uno Stato palestinese, cercando l’appoggio di almeno altre quattro Regioni. Sardegna ha aderito chiedendo di sospendere le collaborazioni militari nell’isola. Tutte mosse di grande visibilità, ma a costo economico minimo: gli interscambi regionali con Israele valgono poche decine di milioni l’anno e le licenze d’armi sono competenza statale. Dal punto di vista reputazionale, invece, il dividendo è immediato: foto-op, titoli di giornale e trend sui social.
Parallelamente PD, M5S e AVS hanno convocato per il 7 giugno una manifestazione nazionale a Roma contro «il massacro di Gaza». L’obiettivo dichiarato è spingere il governo Meloni verso il riconoscimento di Palestina e l’embargo bellico; quello implicito è testare la capacità del “campo largo” di riempire le piazze dopo anni di disillusione post-pandemia. In un contesto in cui gli italiani che ritengono il Paese «sulla strada sbagliata» sfiorano il 73% (dato Ipsos) offrire una causa morale forte diventa leva di mobilitazione trans-ideologica, soprattutto tra giovani e università.
Finora i numeri dicono che l’onda emotiva non scalfisce la maggioranza. L’ultimo SWG del 2 giugno vede Fratelli d’Italia stabile al 29,5%, con il PD in crescita al 23,1% e M5S al 12%. Il campo progressista nel suo complesso si avvicina alla destra, ma resta minoranza finché non scioglie i dubbi su un programma comune (e sul candidato premier). Ciò spiega la necessità di un tema simbolico forte – Gaza – che permetta al centrosinistra di presentarsi compatto senza dover chiarire le fratture su fisco, lavoro o Nato.
Dietro l’immagine unitaria scorrono fenditure profonde. Italia Viva, Azione e +Europa restano fredde: criticano l’uso del termine “genocidio” e difendono la distinzione fra governo Netanyahu e società israeliana. Il risultato è che, fra Roma e Milano, sono state annunciate addirittura tre manifestazioni parallele, segno che l’alleanza è “separata in casa”. Perfino dentro PD e M5S emergono tensioni: i pacifisti radicali che guardano a Hamas con indulgenza irritano l’ala riformista democratica; i governatori filo-industriali temono ritorsioni su commesse hi-tech. L’arma Palestina unisce ma al contempo rischia di lacerare, specie se il conflitto si trascina.
Da Madrid a Oslo undici capitali Ue hanno riconosciuto Palestina nel 2024. Il centrosinistra italiano approfitta di quel vento per presentarsi come l’interprete domestico del “nuovo mainstream” europeo, in contrapposizione a una Meloni allineata con Netanyahu e con Washington trumpiana. Il messaggio (implicito) è: «Se vogliamo contare in Europa post-2025 dobbiamo stare dalla parte giusta della storia». Qui la strategia si intreccia a un vero senso d’isolamento morale dell’Italia nelle sedi Ue, alimentando uno sdegno che non è soltanto calcolo ma anche percezione di ritardo nazionale rispetto ai partner progressisti.
Il dolore per decine di migliaia di vittime palestinesi è reale nella base degli elettori progressisti, nei sindacati e nel volontariato cattolico. Tuttavia esso entra nell’agenda partitica solo quando coincide con tre incentivi: (1) costi economici bassi, (2) ritorno mediatico alto, (3) compatibilità con le alleanze europee. Dove i costi salgono – per esempio sul blocco di componentistica aerospaziale emiliana o sui test missilistici sardi – le Regioni demandano a Roma, sapendo che il governo potrà congelare le iniziative. La bussola morale c’è, ma viene costantemente ricalibrata.
Mettendo insieme la scenografia regionale, la chiamata di piazza, l’effetto (modesto) sui sondaggi e le spaccature interne, emerge un centrosinistra che usa Gaza come catalizzatore identitario più che come terreno di politica estera sostanziale. Il patos è genuino ma subordinato a un disegno: recuperare i delusi, mobilitare gli astensionisti, mostrare che esiste un’alternativa di governo. Senza un programma economico e di sicurezza condiviso, però, il rischio è di trasformare la questione palestinese in un boomerang: se la piazza si radicalizza o se le tensioni interne esplodono, l’operazione-consenso potrebbe svanire, lasciando sul terreno soltanto la sofferenza che diceva di voler difendere.


