Seguire il dibattito nel laicato cattolico è come entrare in un labirinto dove ogni tanto inciampi in un monaco medievale che ti porge un trattato di economia civile. Ma attenzione, perché non è roba per deboli di cuore: qui si parla di “pensiero forte” come se fosse un superpotere che solo pochi eletti possono padroneggiare. E chi sarebbero questi eletti? Ma ovviamente quelli che riescono a combattere la “postmodernità liquida” e il terribile duo “capitalismo & neoliberalismo” come se fossero gli antagonisti di un film di supereroi di serie B.
Ma arriviamo al vero protagonista di questa epica narrativa: Papa Francesco. Un gesuita che sceglie di chiamarsi Francesco, onorando il “poverello di Assisi”. Ma certo, chi non lo farebbe? È come se Spider-Man improvvisamente decidesse di farsi chiamare Batman: completamente logico, no? Certo, è affascinante pensare che abbia scelto questo nome perché, da buon argentino, ha vissuto tutti i drammi della dittatura militare. Sì, proprio come se avesse detto: “Ho visto abbastanza atrocità da decidere che è ora di chiamarmi Francesco. Basta con le dittature, ora voglio solo predicare contro il capitalismo e discutere del giusto prezzo delle cose!”
E qui comincia il vero divertimento: il Medioevo. Oh sì, quel periodo glorioso in cui i francescani e i domenicani si scannavano a suon di dispute sul diritto di proprietà. Perché, chiaramente, non c’è nulla di più avvincente di una bella discussione su chi ha il diritto di possedere cosa in un tempo in cui la gente moriva di peste. E Papa Giovanni XXII, con una mossa degna di un arbitraggio calcistico, minacciava scomuniche a chi osava mettere in discussione il diritto naturale di proprietà. Un momento davvero epico della storia, insomma. E così, ci dicono, nacque il giusnaturalismo, perché a quanto pare non c’era niente di meglio da fare nel Duecento.
Ma torniamo ai giorni nostri, dove il pensiero francescano è ancora vivo e vegeto, legittimando nientemeno che… il capitalismo! Sì, proprio quello. Perché se c’è una cosa che Fanfani e compagnia bella hanno imparato dal povero Scoto è che va benissimo fare soldi con il commercio, a patto di rispettare il giusto prezzo, che nel Medioevo era tanto chiaro quanto lo è oggi capire quanto devi pagare per un caffè a Milano senza sentirti derubato.
Con un’eleganza che farebbe invidia a un acrobata ci si lancia nel pieno dibattito sull’uso del denaro, la commercializzazione del tempo e la condanna del lusso. Ma, attenzione, anche la pigrizia è sotto attacco! Il Medioevo aveva già tutto sotto controllo: lavoro per tutti, moderazione nei guadagni e, soprattutto, donazioni ai poveri. Perché non importa quanto sei ricco, l’importante è che tu sappia distribuire il superfluo, proprio come diceva… oh sì, Serge Latouche, il teorizzatore della decrescita! Che accoppiata incredibile, Latouche e il Medioevo, un’accoppiata che nessuno aveva mai chiesto, ma eccola qui.
E infine, come ogni buon film d’autore, ci lasciamo alle spalle la sensazione di aver assistito a qualcosa di profondo e misterioso, anche se forse non abbiamo capito molto. La teologia politica di Papa Francesco è dipinta come la soluzione a tutti i mali del mondo: capitalismo, neoliberalismo, crisi ambientale, aborto, gender e utero in affitto – c’è qualcosa che questa teologia non possa risolvere? Certo, manca solo che ci proponga una nuova ricetta per la carbonara e sarebbe davvero completa. Ma tranquilli, veniamo rassicurati che non è finita qui. Ci sono altri territori da esplorare, altre riflessioni da fare. Perché, dopotutto, il pensiero forte dei cattolici è l’unica cosa che può salvare il mondo dalla sua deriva liquida. E, chi lo sa, forse alla prossima Settimana Sociale ci spiegheranno finalmente come ottenere il giusto prezzo… di un’idea.


