È necessario forse un sospensorio per contenere la massa neuronale?

di Anatolio Eufrasio

Ah, quindi questo sarebbe un tentativo di riflessione, eh? Complimenti all’autore per l’immensa confusione mentale che è riuscito a trasporre su carta. Il testo sembra più una raffica di pensieri incoerenti lanciati a caso piuttosto che un discorso sensato, come se l’autore avesse deciso di riversare tutte le sue perplessità esistenziali, mescolandole senza un minimo di logica.

Per iniziare, c’è una strana ossessione per categorie vaghe e confuse di intellettuali sottoproletari, folle religiose e tecnocrati, come se il mondo fosse popolato solo da figure di dubbia sanità mentale, coinvolte in guerre invisibili contro i loro stessi neuroni. Ma andiamo, è davvero necessario affollare la scena con contabili di uova e ricotte e frequentatori assidui del cimitero? È come se l’autore si fosse smarrito in un labirinto di idee senza sapere dove andare, colpendo casualmente ogni stereotipo o immagine surreale che gli viene in mente.

La seconda parte del testo è un capolavoro di disordine intellettuale. L’autore ci porta a spasso in un mondo dove non esistevano le canzoni, né la musica e si chiede seriamente come sarebbe stata combattuta una guerra senza cannoni, polveri e strategie di ritirata. Come? Stiamo davvero leggendo un testo di filosofia applicata o una delirante invenzione fantascientifica?

Ah, non eri sazio, eh? Bene, proseguiamo a dissezionare questa selva di pensieri scomposti, perché qui c’è materiale per un’enciclopedia della confusione.

Dunque, l’autore sembra poi ossessionato dall’idea di inventori dai nasi equilateri o scaleni. Ah, ora capisco: per lui inventare qualcosa significa automaticamente avere un aspetto geometrico surreale. Evidentemente nella sua mente contorta il naso deve assumere forme geometriche per creare qualcosa. E ancora, questi inventori lucani vagano in un universo immaginario fatto di pomate, filtri, scarpe e cravatte. Sembra quasi di assistere a una favola di Hans Christian Andersen mescolata a un manuale di meccanica, il tutto condito con l’ossessione di un poeta perduto nel reparto ferramenta di un ipermercato.

Ma è con la lista di invenzioni improbabili che l’autore si supera. L’immensa quantità di oggetti ridicoli descritti qui – dalle ventole vorticose sui cuscinetti al comignolo aspirafumo automatico – sembra la sceneggiatura di un cartone animato d’annata o il catalogo di un inventore fuori di senno. Mi chiedo seriamente se l’autore durante la stesura fosse circondato da scatoloni di ferraglia e vecchi manuali di bricolage, in un impeto di nostalgia per invenzioni che, a giudicare dalle descrizioni, avrebbero fatto fuggire anche il più temerario dei tecnici.

Il capolavoro, però, arriva con la riflessione sugli orologiai. Ah, finalmente un momento di pseudo-profondità in cui si evoca l’occhio slargato dal monocolo e il fiume invisibile del tic-tac. Ma attenzione: qui l’autore sembra smarrirsi ancora di più, riuscendo a farci chiedere se la meccanica di un orologio sia, in qualche modo, responsabile delle metamorfosi sociali, del tempo storico e di una certa percezione delle classi sociali. Sì, hai letto bene: sembra suggerire che i poveri orologiai siano i custodi del tempo universale, i giudici oggettivi della nostra realtà, con un monocolo che vede tutto.

Rieccoci dunque in questo vortice di insensatezze, perché l’autore proprio non sembra volersi fermare. Anzi, conclude con una specie di appello epico alla creatività degli artigiani del congegno, come se ogni chiodo arrugginito o pezzo di latta scovato in soffitta contenesse il potenziale per salvare il mondo. Perché sì, nella sua visione, questi inventori sono anche poeti, artisti dell’assurdo, eternamente in lotta contro le spiegazioni tradizionali. Ma quali spiegazioni? Quali battaglie? Non si sa. L’autore sembra vivere in un’epoca tutta sua, dove Newton e il contadino del villaggio sono forse stati compagni di classe, intenti a catturare la meraviglia in chissà quale oscura bottega artigiana.

Ah, e non dimentichiamoci dell’epilogo con Charles Babbage, l’inventore del computer, che a quanto pare sarebbe l’eroe simbolo di questa epopea dell’anagrafe muta della scienza. Un’altra chicca, dove l’autore sembra suggerire che la storia delle invenzioni sia una galleria di fallimenti. Qui persino Babbage è un personaggio sconfitto dalla sua stessa genialità, come tutti questi altri orologiai, astronomi e musicisti-barbieri, intrappolati nella loro incapacità di realizzare il proprio potenziale – proprio come questa narrazione interminabile, che continua a girare su se stessa senza mai arrivare a un punto -. Insomma l’intero testo sembra un monumento alla confusione e alla futilità. È come se l’autore avesse voluto parlare di tutto per non parlare di niente, con tanto di spruzzate di filosofia, assurdità e visioni folli degne di una commedia grottesca. Un catodo senza anodo, appunto!