Draghi e Cassese, l’antidemocrazia

Al di là di tutto, e quindi di errori e cose ben fatte, un merito Draghi lo ha, eccome se lo ha, ed è quello di aver relegato i talk show al rango di vetrinetta per politicanti e intellettuali drogati di teleschermo, quindi sempre a rischio di crisi di astinenza.
Non li frequenta, non risponde mai sì a un invito e quelli torcono, reagiscono, si sentono lesi nell’autorità conquistata a botta di schiamazzi.
Draghi li ha confinati, semplicemente col silenzio, al rango dei social, dove in mezzo a cialtronerie di ogni tipo, apprezzamenti da stadio, ogni tanto, quasi per caso, compare una cosa seria, troppo difficile anche da trovare nel marasma di esternazioni.
Cassese, da par suo, invece, ha ridisegnato il comportamento dell’intellettuale, consigliando, perché riesca a farsi sentire, di parlare a bassa voce, con garbo, se non addirittura di tacere un minuto di più rispetto alle esternazioni. Perché è la cosa sussurrata che oggi fa più rumore: a gridare lo fanno tutti e l’uno non sente quello che dice l’altro, se pure avesse capacità e voglia di sentire davvero.
Il combinato disposto Draghi-Cassese, se approfondito, può aprire uno squarcio in questo momento di confusione totale.
Sempre Cassese ritiene che la posizione democratica di partenza, pari all’uno vale uno, non deve corrispondere alla posizione di arrivo, che, un uno vale uno non può proprio permetterselo. Dire che tizio, incontrato la mattina al mercato mentre affermava che le forme della tal signorina erano invitanti, possa fare domani il ministro, per dire agli interni, significa affermare il principio che uno vale uno anche all’arrivo. Dire invece che tizio avrebbe potuto studiare e dimostrare di sapersi occupare di amministrazione e politica, significa affermare che l’uno vale uno vale per la partenza.
In altri termini non c’è nulla di meno democratico di un concorso, per esempio, dove la graduatoria finale sancisce un preciso ordine di valore dei concorrenti. La vita, tutta, è una scelta meritocratica, quindi per niente democratica. La democrazia serve solo per dare regole che, in partenza, mettano tutti allo stesso livello, così come serve a dare dignità a tutti, anche a chi non può guadagnarsela da solo.
Una società civile, all’ignorante, cuce ruoli di fatica, per quanto questi siano rispettabilissimi, nel contempo seleziona rigorosamente i professionisti, impedendo che chiunque possa diventarlo, con laurea regalate o ben pagate e via discorrendo.
Una società matura sceglie rappresentanti all’altezza dei compiti che poi li aspetteranno, non consente che chiunque possa diventare governatore, sindaco o presidente solo perché le logiche del partito zombi li impongono.
Allora, se un Draghi o un Cassese, giusto per dare un nome a un ideale politico-amministratore o intellettuale, segnano il livello da raggiungere per determinati compiti, è bene che lo stesso metro valga anche per la nomina dell’amministratore di condominio, figuriamoci poi se del sindaco o del governatore.
Chè, poi, non è solo il titolo di studio o il curriculum a dare la patente di bravura. Oltre a questi ci vogliono propensione a attitudine. Sempre per esempio, non è detto che un generale in pensione sia per definizione capace di essere un buon governatore, non avendo dato prove per pre-giudicarne l’idoneità.
I partiti, finora, hanno più sbagliato che azzeccato nell’indicare candidati e similari. Anche al loro interno.
Se si pensa, e sempre per esempio, che un partito in forte crescita e dalla chiara e netta tradizione politica può arrivare a scegliere quale segretario regionale, un ruolo di importanza vitale nelle politiche territoriali, un fresco fuoriuscito da un partito che stava agli opposti, politicamente parlando, diventa chiaro a tutti quanto i partiti abbiano lavorato per distruggere la politica.
In verità si è diffusa la convinzione che fare politica o fare l’intellettuale sia come stare sui social, sia cioè “democratico” ma all’arrivo, che sia alla portata di tutti, col risultato che, invece, governa Draghi, e nessuno invece dei politicanti da strapazzo, e se c’è un intellettuale che incute rispetto, questi è Cassese, che vive all’ombra dei social, dei talk e degli schiamazzi.
Quando Draghi accetterà un invito a un talk qualsiasi e Cassese aprirà una pagina facebook, vorrà dire che talk e social sono finalmente diventati una cosa seria, quindi non democratica, cioè non per tutti.
Un notaio di un paio di generazioni orsono, quando un vino era scadente diceva che era democratico.
Conserviamocela pure la democrazia, ma nei limiti. Allora alle urne che uno valga uno, ma dopo, urge mettere in fila secondo valori consacrati gli esseri umani e, prima di dare una coppola, datelo uno sguardo alla classifica, altrimenti non sarà più democrazia ma dittatura della mediocrità.

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