Il 25 Aprile, mentre le bande musicali accordano fiati e tamburi e i palazzi gongolano sotto le bandiere riscoperte, torna la domanda che brucia come un fiammifero acceso tra le dita: verrà mai il giorno in cui i bambini non impareranno più a serbare rancore per facce, accenti o bandiere che nulla sanno dei loro giochi?
È l’alba di una festa che dovrebbe odorare di riscatto, eppure l’aria è intrisa di un retrogusto di bruciato: quello degli slogan sbiaditi, dei discorsi di circostanza, delle commemorazioni che finiscono nel cestino dei rifiuti emotivi prima ancora che di carta. Il mondo è grande abbastanza da ospitare oceani e deserti, ma sembra un monolocale quando si tratta di contenere l’odio: quel liquame denso che cola dalle labbra di troppi uomini in giacca buona e coscienza sgualcita.
I piccoli ascoltano. Hanno orecchie più larghe dei nostri proclami e cuori a prova di propaganda, finché un adulto non decide di insegnare loro il contrafforte della diffidenza. Bastano poche frasi: “stai alla larga da loro”, “quelli sono tutti uguali”, “non fidarti”. Tre colpi di scalpello e la statua dell’innocenza perde il volto. Nel cortile della scuola un pallone diventa frontiera, un dialetto diventa minaccia, un colore diventa bersaglio.
Ma oggi, che la Storia sfila dietro lo stendardo della Liberazione, possiamo permetterci di sognare posti liberi per davvero: piazze senza telecamere puntate sugli sguardi, quartieri dove il cognome non valga come un lasciapassare o una condanna, confini ridisegnati dalla curiosità invece che dal filo spinato. Non è utopia; è un piano di sicurezza collettiva: abbattere l’odio prima che abbatta noi.
I cinici alzeranno il sopracciglio, pronti a citare statistiche di guerre per procura e mercati della paura. È vero: ogni mattina i titoli dei giornali sembrano un bollettino meteorologico di tempeste umane. Ma mentre loro aggiornano le percentuali di disperazione esistono mani, di bimbi, di maestri, di genitori stanchi, che raccolgono semi di fiducia e li piantano dove nessuno guarda: un parco pubblico lasciato incolto, un laboratorio di teatro in periferia, una mensa dove il menù è la dignità condivisa.
Non si tratta di ingenuità zuccherina. Serve anche la gramigna della disobbedienza: rifiutare l’abitudine di dare sempre il torto ai fragili, smontare le gerarchie tossiche che fanno dei prepotenti i capibastone del presente. Dopotutto la libertà nata il 25 Aprile non era un regalo impacchettato: era un cantiere ed è rimasto tale. Ogni generazione ha il dovere di riaprire quel cantiere e controllare che i bulloni non arrugginiscano.
E allora buon 25 Aprile a chi non delega la memoria ai protocolli, a chi non firma cambiali di odio in bianco. Buon 25 Aprile ai bambini che ancora chiedono “perché?” invece di “contro chi?”, ai genitori che rispondono con storie e non con muri, agli insegnanti che fanno lezione sotto le bombe del cinismo, a chi trova il coraggio di sedersi accanto al diverso finché diverso non lo è più.
Il giorno promesso, quello in cui l’odio andrà fuori corso come una moneta vecchia, non arriverà per posta. Va costruito pezzo per pezzo, litigando con l’indifferenza e flirtando con la tenerezza. Sarà un giorno imperfetto, certo: qualche graffito ostile sui muri, una ferita qua e là. Ma basterà un bambino che alzi lo sguardo verso un volto nuovo e non veda un bersaglio, bensì una possibilità di gioco, perché il mondo, da troppo piccolo, torni di colpo immenso.
Se oggi, tra un corteo e una banda che suona “Bella ciao”, riuscissimo ad afferrare quella possibilità e a incartarla nel nostro domani avremmo finalmente fatto pace con la domanda originaria. E potremmo rispondere, con la voce di chi ha visto la notte ma non si è arreso al buio: sì, quel giorno verrà. E avrà il profumo di un 25 Aprile che non smette mai di nascere.


