La consapevolezza è ora

Mentre in Ucraina imperversa una guerra sanguinosa scatenata dall’invasione russa e in Medio Oriente il conflitto israelo-palestinese continua a generare dolore, divisioni e vittime civili, emerge con forza la necessità di una riflessione profonda e collettiva sul nostro modello sociale e politico. Questi conflitti, insieme ad altri meno visibili ma altrettanto devastanti come le guerre in Sudan, Yemen e Myanmar, rendono evidente quanto sia necessario ripensare radicalmente l’organizzazione sociale e politica mondiale.

Recentemente movimenti popolari spontanei, privi di leader formali e burocrazie complicate, stanno dimostrando una capacità di risposta superiore rispetto agli apparati istituzionali tradizionali. Negli Stati Uniti, manifestazioni come All out on Earth Day, contro politiche autoritarie e per la difesa della democrazia e dei diritti ambientali, mostrano che l’azione diretta e l’autogestione sono realtà efficaci e immediate. Durante la pandemia gruppi informali, definiti di mutual aid (assistenza reciproca), hanno rapidamente sostituito o affiancato strutture governative lente e inefficienti, consegnando beni essenziali, assistenza medica e sostegno psicologico a migliaia di persone vulnerabili.

Un esempio significativo è quello del Rojava, nel nord-est della Siria, dove da oltre dieci anni le comunità locali, composte da curdi, arabi e altre minoranze, hanno adottato un modello di autogoverno democratico, basato su cooperazione, ecologia e uguaglianza di genere. Nonostante le minacce esterne continue questo esperimento di autonomia politica mostra concretamente come una società orizzontale e collaborativa possa produrre sicurezza e prosperità, superando divisioni etniche e religiose.

Eppure le istituzioni tradizionali spesso percepiscono questi esempi come minacce, bollando come estremisti o anarchici quei movimenti che in realtà offrono soluzioni praticabili alle crisi globali. Lo fa l’Unione europea quando definisce estremismo anarchico gruppi ambientalisti nonviolenti o i governi quando reprimono proteste pacifiche che chiedono giustizia climatica, sociale ed economica.

Cosa insegna tutto questo all’Italia e al mondo? Innanzitutto che la politica dei partiti tradizionali deve evolvere rapidamente, pena l’essere superata da un’onda di consapevolezza popolare sempre più ampia. Questo non significa necessariamente abolire strutture istituzionali consolidate, ma trasformarle profondamente attraverso strumenti democratici reali e partecipativi come assemblee popolari, dove i cittadini possano influire direttamente su decisioni cruciali quali bilanci pubblici e politiche sociali.

È giusto riconoscere che ciascuno debba ricevere un salario adeguato alla propria professione e impegno; l’uguaglianza non significa livellamento indistinto, ma equità e dignità nel lavoro. La trasformazione delle aziende in cooperative partecipative, la riduzione degli orari lavorativi per aumentare il tempo dedicato alla vita sociale e alla cura e l’istituzione di fondi permanenti di mutual aid finanziati dallo Stato sono passi concreti verso una società più equa, resiliente e sostenibile.

È tempo, inoltre, di smantellare la logica bellica e reinvestire risorse ingenti destinate agli armamenti in politiche di mediazione, educazione alla pace e giustizia riparativa, strumenti che hanno già dimostrato efficacia in contesti difficili. Una rete globale di comunità autosufficienti a livello energetico e agro-ecologico potrebbe sostituire la competizione internazionale con la cooperazione e il rispetto reciproco, riducendo la vulnerabilità a crisi economiche e conflitti militari.

Chi considera tutto ciò utopistico dovrebbe riflettere su quale sia la vera utopia: continuare a credere che sistemi basati sulla forza militare e mercati deregolamentati possano offrire sicurezza e benessere duraturi, mentre i conflitti e le disuguaglianze globali dimostrano esattamente il contrario. L’utopia irrealistica non è il progetto di una società equa e cooperativa, ma il mantenimento ostinato di un sistema che alimenta divisioni, ingiustizie e guerre. Oggi più che mai la consapevolezza globale cresce dal basso, tra cittadini che vedono oltre i confini nazionali, che rifiutano di accettare passivamente guerre e ingiustizie e che chiedono, e sempre più spesso realizzano, un’alternativa praticabile e sostenibile. I partiti politici, le istituzioni e gli Stati hanno di fronte una scelta: evolvere ascoltando le persone o essere inevitabilmente scavalcati da questa nuova, imprescindibile consapevolezza.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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