Disrazionalità o ambiguità di un premio Nobel?

Parliamo di un personaggio particolare: James Watson, che amava definirsi con enfasi narcisistica l’onesto Jim, scomparso ai primi del novembre scorso all’età di novantasette anni, già da sette anni affetto da demenza vascolare, premio Nobel 1962 per la medicina assieme a Francis Crick e Maurice Wilkins con la scoperta della struttura a doppia elica dell’acido desossiribonucleico (DNA) d’enorme importanza nelle ricerche di Biologia  Molecolare.

Una figura controversa, nell’ambito della Genetica e dei rapporti interdisciplinari a livello sperimentale che questa comporta, dalla Fisica alla Chimica. Giovanissimo, laureatosi in Zoologia all’Indiana University, frequenta vari istituti di ricerca diretti da personaggi di rilievo da Salvatore Luria a Max Perutz. A Napoli conosce Maurice Wilkins, biochimico al King’College di Londra, che ha come assistente Rosalind Franklin una promettente ricercatrice che però morirà nel 1958 lasciando incompiute le sue originali ricerche sull’analisi diffrattometrica a raggi x del DNA, che però verranno da subito prese in considerazione da chi ne era venuto a  conoscenza.  

In proposito è bene ricordare com’era solito definirsi il cristallografo Max Perutz: un fisico che studiando Biologia aveva ricevuto il Nobel per la Chimica, ed essere riuscito ad armonizzare, valorizzandone le potenzialità, quella fucina di talenti nella nascente Biochimica strutturale rappresentata dal prestigioso Cavendish  Laboratory di Cambridge, dando all’onesto Jim la possibilità di frequentarlo e collaborare con il biologo John  Kendrew, i biochimici Hugh Huxley e Francis Crick. Pur non avendo una particolare conoscenza della cristallografia Watson intuisce subito i possibili vantaggi dell’analisi diffrattometrica a raggi x nello studio strutturale della genetica del DNA e in perfetta sintonia con Francis Crick, anche alla luce delle immagini di diffrazione a raggi x, fatte da Rosalind Franklin e da Wilkins di cui erano a conoscenza, scoprono la forma elicoidale doppia della struttura del DNA, in pratica una molecola in grado di diversificarsi in due molecole differenti ma al tempo stesso complementari che possono dare origine a due molecole identiche.  

È necessario ricordare quanto fossero stati fondamentali, in ordine di tempo gli studi del chimico statunitense Linus Pauling che con la teoria del legame di valenza scopriva nel 1952 la struttura di base della molecola delle proteine, formate da lunghe catene di elementi strutturali chiamati amminoacidi (polipeptidi) tenuti insieme da un legame peptidico, e nel determinare la configurazione spaziale di queste catene trovò che ne erano possibili solo alcune a forma elicoidale predicendone una chiamata elica-α essenziale nel determinare la struttura delle molecole proteiche, dando molta importanza alla creazione di possibili modelli oltre che attraverso l’analisi strutturale dei dati cristallografici. Con la scoperta della struttura a doppia elica del DNA invece s’aprivano ampie prospettive nello studio della conoscenza e funzionamento del materiale genetico.

Per quel che riguarda più da vicino la personalità di James Watson, e in particolare alcune sue balzane e inquietanti dichiarazioni sulle differenze genetiche e nel voler dare validità e riscontro scientifico al razzismo nelle sue forme svariate, ci sembra solo un atteggiamento provocatorio tipico di chi si sentiva un genio ma anche sui generis si potrebbe dire, stando a quel che di lui ci racconta con benevola simpatia Max Perutz: andava in giro vestito da straccione, facendosi un punto d’onore di non pulirsi mai per un intero anno scolastico l’unico paio di scarpe che aveva (il che a quei tempi era un’eccentricità), e ogni tanto parlava con l’accento nasale di tanti Americani, emettendo suoni bassi e monotoni che sembravano svanire verso la fine di ogni frase, cui faceva seguito una sbuffata. Un tipo particolare dunque che però, sempre a detta di Max Perutz: … possedeva una conoscenza intuitiva delle caratteristiche che il DNA avrebbe dovuto avere per essere “giustificabile”da un punto di vista genetico. A volte poteva riuscire anche simpatico, come racconta lui stesso a proposito di come fosse nato il suo interesse per la Biochimica e il desiderio di scoprire che cosa era il gene: … durante gli anni di specializzazione all’università dell’Indiana, avevo sperato di poter risolvere il mistero del gene senza dover mettermi a studiare chimica. Era soprattutto una ragione di pigrizia, poiché quando frequentavo l’università di Chicago, mi ero occupato soprattutto di ornitologia e avevo evitato accuratamente di seguire i corsi di fisica o chimica che presentassero anche una media difficoltà. In seguito i biochimici dell’Indiana mi avevano spinto a studiare la chimica organica: ma dopo che ebbi usato un becco Bunsen (un bruciatore da banco) per far scaldare del benzene, mi esonerarono dall’obbligo di seguire altri corsi di chimica. Era meno pericoloso dare la laurea a un ignorante che rischiare un’altra esplosione!

Michele Vista
Michele Vista
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