Cogitat ergo rompe

La politica non è amministrare, per far questo ci sono i burocrati. La politica non è gestire l’emergenza, per far questo ci sono i commissari, e chi meglio di noi italiani lo sa bene, la politica non è sparare slogan, no per questo ci sono i parlamentari, che altro non sanno fare.
La politica è invenzione, immaginazione fervida, genialità, sguardo lungo, lunghissimo, utopia.
E’ inventarsi occasioni di crescita, immaginare la città del futuro, una scuola che formi davvero, la società del 2050, le sue esigenze. E’ anche studio dei fenomeni, con un approccio terzo ed equanime, è l’individuazione di problemi che tali oggi non sono né sembrano poterlo mai diventare.
E’ tutto questo. Il palcoscenico della politica, quindi, deve essere un palcoscenico adeguato e i suoi attori, veri e bravissimi attori, non comparse e neanche stuntmen, burattini o raccomandati. Prime figure, eccellenze, gente cromosomicamente portata a farla, la politica, non il primo venuto, il portaborse di ieri, o l’affabulatore di consensi dalla promessa facile, che, con la politica, si inventano un lavoro e uno stipendio, anche lauto. E, beninteso, il mio non è un discorso di elitè, ma un minimale e logico discorso: non si può consegnare la propria vita e quella della propria famiglia a un avventuriero, a qualcuno che si scopre politico dall’oggi al domani, privo degli strumenti minimi per ragionare alto.
Quando ascoltiamo musica, storciamo il muso per una stecca, perché lo stesso approccio non dobbiamo averlo per la politica, pretendendo sempre e comunque un lucido visionario a disegnarci il futuro e non un superficiale e goffo dilettante?
Perché la politica è tutta nel futuro, non nel presente. Chi bada a tappare le buche per la strada, quando e se lo fa, non è un politico, ma un mediocre amministratore. Il politico, invece, pensa alle strade del futuro, se le immagina sospese in cielo o sotterranee, a tre o a quattro corsie, o a corsia unica per non deturpare il territorio contingentandone l’uso, per dire.
Chi bada a rimettere in sesto uno stadio marcio, non fa politica, ma al più il sarto che rattoppa strappi. Il politico pensa allo stadio del futuro, alla sua migliore localizzazione e fruibilità, a quanto la sua visione possa migliorare il panorama o deturparlo. A quanto costerà gestirlo e come provvedervi. Dopo quanto tempo dovrà essere abbattuto o ristrutturato e che utilizzo potrebbe avere se dismesso.
Quanta differenza fra gli amministratori da strapazzo che ci ritroviamo in Italia e in Basilicata e un vero politico, perbacco.
Il discorso non cambia sia che si parli delle amministrazioni locali, sia che si parli dei segretari di partito, degli assessori o dei ministri. Lo squallore e l’approssimazione, oltre alla mancanza appunto della giusta visione, sono evidenti, pesano, costituiscono un fardello che ci carichiamo sulle spalle tutti ogni giorno. Un inutile fardello, sia chiaro. Una comunità minimamente seria, ne farebbe a meno, dei politici di oggi, dei loro regolamenti, delle loro leggi, autodeterminandosi al meglio.
Non nascondo che doverle dire, queste ovvie banalità, mi intristisce, e sapere che sono fra i pochi a pensarle, queste basiche considerazioni, mi preoccupa.
Ma, alla fine, questo non è un problema. Sono cresciuto fra i problemi e le emergenze. Magari lo divenisse, questa, una conclamata emergenza, scatterebbe la corsa alla ricerca dei veri politici.
Seeeeee, illudiamoci.
Avanti il prossimo galoppino, c’è posto in sala, non intralciate, tranquilli, c’è ne è per tutti!
NO a pensatori! I raccomandati a destra, i diplomati a sinistra, i laureati in coda.
No visionari e perditempo! No intelligentoni.
Cogitat, ergo, rompe.

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