La monotematicità della vita, quella che ci viene propinata in tutte le salse, per come si sta presentando ai nostri occhi, negli ultimi tempi prova a scimmiottare vagamente il principio Zen del qui e ora. Nulla ha più importanza del momento presente, dicono i buddhisti, perché il passato, appunto, è passato e non torna più, e il futuro è di là da venire, cioè non esiste se non nella nostra mente. Quindi i media si calano totalmente nel presente, novelli monasteri Zen, rappresentandoci la vita in base all’emergenza del momento e tralasciando ogni ulteriore pur importante aspetto.
Ieri era la pandemia, scemata di colpo, nei fatti come nell’immaginario, quasi per miracolo, oggi è la guerra fra russi e ucraini. Non c’è spazio per altro. A margine che altri conflitti, nel recente passato, si sono svolti nell’indifferenza generale, forse perché le offensive partivano da Stati ritenuti amici, eppure di morti se ne contavano e tanti anche, rimane la circostanza che per tv e quotidiani sembra non esistere altro che l’emergenza, o presunta tale.
E’ talmente maniacale, poi, questo assorbimento nel fatto del giorno, da sottomettere ogni logica a quella del nemico da combattere, sebbene solo a chiacchiere, e quindi si cancellano i corsi sul personaggio della letteratura russa più misterioso e emblematico, quasi che soltanto evocarne il nome e le opere, sia come lanciare un ulteriore missile su Kiev.
L’ipocrisia, a riguardo, è massima e le conseguenze drammaticamente comiche, ma fa niente, abbiamo altro da pensare.
La situazione economica italiana, così, diventa un problema secondario, quasi una quisquilia, più importante spedire armamenti in Ucraina e finanche la rincorsa della Juventus al terzo posto viene relegata alla penultima pagina, in un trafiletto che quasi si vergogna di esistere, quando fino a ieri, quel trafiletto, lo aveva in prima pagina.
E le questioni governativo/parlamentari scivolano nell’angolo delle cose superflue, alle quali non dedicare che la quarta o quinta pagina, ma sempre quasi chiedendo scusa se si parla si sciocchezze.
Anche le altre manifestazioni della vita, tutte importanti, vitali, oserei dire, rischiando il linciaggio, non interessano la grande comunicazione. E fin qui, diciamo che sebbene non sia normale, almeno si capisce pure, stante la povertà culturale in vigore. Il problema è che si tenta, con ottimi risultati, di lavare il cervello degli italiani, suscettibile, questo, di farsi manipolare alla grande. Quindi dalla mascherina, presto passeremo all’elmetto, come quella inviata speciale che nei primi giorni del conflitto apparve in telecamera, appunto, con l’elmetto, salvo intravedere, sullo sfondo, signore che passavano tranquille con la busta della spesa, a testimoniare che, quell’elmetto, stava lì solo per spaventare oltre quello che naturalmente avveniva.
Il perché, non si spiegasse orwellianamente, sarebbe introvabile, se non in una dipartita generale dell’intelligenza verso lidi fantascientifici che ci collocano, nevvero, come nei vecchi telefilm, ai confini della realtà.
Una cappa, come la definisce Marcello Veneziani, che incombe sugli italiani, le cui tinte sono scelte secondo il copione della paura collettiva, che vanno dal nero al grigio scuro, essendosi ormai persi sia il rosa che l’azzurro, il bianco come il verde.
Non avessimo, in regione e a Potenza, il diversivo del teatrino degli assessori, che compaiono scompaiono vengono sostituiti secondo logiche di basso impero, come dal copione dell’avanspettacolo teatrale, peccato manchino solo le mele marce e i pomodori andati da gettare sul palco, saremmo prossimi all’asfissia civile. Insomma beati noi, che almeno ci godiamo uno spettacolo suppletivo, niente di raffinato, beninteso, niente di particolarmente affascinante, ma se anche Banfi e Vitali (Alvaro) alla fine hanno avuto la loro gloria, partendo da battutacce da bar dello sport, alla fine anche i nostri eroi della politica saranno celebrati, ci scommetto.

