In Italia l’alternativa alla destra non è (ancora) un progetto: è un casting. E i sondaggi, che non sono urne ma sono termometri, dicono una cosa piuttosto chiara: se la domanda è “chi può competere con Giorgia Meloni nel faccia-a-faccia?” oggi il nome che torna più spesso è Giuseppe Conte, non Elly Schlein.
Il contesto aiuta a capire perché. Nelle intenzioni di voto Ipsos (dato 19 dicembre 2025) Fratelli d’Italia resta davanti (28,4%), il PD segue (21,3%), il M5S è più indietro (13,5%). Ma la cifra politicamente più importante è un’altra: gli indecisi e potenziali astenuti stanno attorno al 41,8%. Cioè quasi metà Paese è fuori dalla partita o la guarda da bordo campo. In un quadro così vince chi riesce a parlare non solo alla propria tribù, ma a quella massa sospesa che non crede più a nessuno.
Qui entra Conte. Ipsos, nella sezione dedicata ai sondaggi di Pagnoncelli (puntata DiMartedì 16/12/2025), scrive che sul fronte del centrosinistra “emerge la preferenza per Giuseppe Conte come leader della coalizione”, con una quota enorme di indecisi (quasi 4 su 10). Reuters, a fine novembre, riferisce che un rilevamento YouTrend indicava Conte come candidato premier preferito dagli elettori d’opposizione, avanti a Schlein di 14 punti.
E quando la politica diventa spettacolo, e oggi lo è spesso, la distanza si allarga. Nel sondaggio YouTrend sul “triello” mancato di Atreju, Meloni risulterebbe la più convincente (48%), Conte secondo (24%) e Schlein terza (13%) e Schlein viene indicata anche come la meno convincente da una larga quota di intervistati. Non è un giudizio morale: è una radiografia. Meloni polarizza e domina la scena. Conte regge il confronto. Schlein, al momento, no.
Persino le simulazioni “da premierato” (ipotesi, non realtà) vanno nella stessa direzione: in quelle letture Conte appare spesso più vicino a Meloni in un duello diretto, mentre Schlein paga un distacco maggiore. Ma qui va messo il cartello “attenzione”: sono giochi controfattuali, utili a capire percezioni e “premierabilità”, non a prevedere un’elezione che oggi non esiste in quei termini.
Perché Conte funziona meglio di Schlein nel match-up? Tre ragioni, tutte terrene.
La prima: profilo. Conte è stato presidente del Consiglio, parla “istituzionale” quando serve e “anti-sistema” quando conviene. È una doppia lingua che in un Paese stanco può diventare un vantaggio: rassicura chi teme il salto nel buio e seduce chi ha già mollato la presa. La seconda: target sociale. Il M5S, piaccia o no, ha ancora una presa su fasce che si sentono spremute: Sud, periferie, ceto medio in discesa. In un’Italia dove sanità e lavoro preoccupano più di tutto, chi parla di portafoglio e di vita quotidiana ha un’autostrada davanti. La terza: narrazione del “pizzo”. Conte, più di Schlein, riesce a mettere insieme la critica agli “affari”, ai vincoli, ai poteri esterni e a vendere l’idea che paghiamo un prezzo economico e politico per restare sudditi di equilibri più grandi di noi. È una retorica che, in tempi di ansia energetica e guerra permanente a bassa intensità, trova terreno fertile.
Schlein, invece, sconta un problema che non è solo mediatico: è organizzativo. Il PD è una federazione di poteri interni che si chiamano “aree”, “sensibilità”, “culture”. Tradotto: correnti. E le correnti, quando diventano sistema, producono un effetto preciso: messaggio intermittente, veti incrociati, lentezza decisionale. Non è teoria: lo dice anche Bonaccini, entrando nella maggioranza che sostiene Schlein, parlando di “correntismo esasperato” come anomalia. Il risultato è che Schlein appare spesso come una leadership che deve governare non solo l’opposizione, ma soprattutto il proprio condominio interno.
Nell’M5S questo problema è minore, perché le correnti non sono strutturate come nel PD: c’è più verticalità. Ma attenzione: l’assenza di correnti non significa assenza di conflitti. Nel Movimento le frizioni sono più personali e identitarie, soprattutto attorno alla leadership: basti ricordare la contesa Conte-Grillo su nome e simbolo (arrivata anche in tribunale) e la “guerra del logo” con iniziative parallele sul web. Insomma: non correnti, ma scosse sismiche.
E Meloni? Meloni gioca una partita semplice: trasformare la scelta in un referendum su se stessa. Lo si è visto anche nella gestione del confronto pubblico: quando Schlein l’ha incalzata Meloni si è detta disponibile ma “a tre”, includendo Conte, segno che, nella sua strategia, Conte è il vero avversario da neutralizzare e Schlein è (per ora) l’avversaria comoda.
Qui sta il punto politico, per completezza: il centrosinistra può anche avere due sigle forti, ma se non ha una voce, e soprattutto una promessa sociale credibile, rimane un’alternativa in PowerPoint. E allora la domanda finale torna cattiva: che razza di opposizione è quella che discute di leadership mentre metà Paese è già nell’astensione? Conte oggi appare “competitivo” perché intercetta rabbia e disillusione senza sembrare un salto nel vuoto. Schlein può recuperare, ma solo se smette di essere la segretaria di un partito a più manopole e diventa la candidata di una coalizione con un’agenda sociale leggibile. Altrimenti, l’alternativa a Meloni resterà un casting. E Meloni, nel frattempo, continuerà a vincere per forfait.


