Il debito come colonia

Thomas Sankara (Yako, 21 dicembre 1949 – Ouagadougou, 15 ottobre 1987) è la prova vivente -e poi morta – che l’emancipazione non è un sentimento, è un conflitto. In quattro anni alla guida del Burkina Faso (1983-1987) prova a trasformare una parola che pesa come una catena: “servo”. Servo del credito, dell’“aiuto”, delle importazioni imposte, dei consigli “tecnici” che arrivano sempre con la giacca occidentale e il conto da pagare.

Il gesto più urticante resta il rifiuto morale del debito: Sankara lo chiama per ciò che è: una continuità del colonialismo con la penna al posto del fucile. Il 29 luglio 1987, davanti ai leader africani, chiede un fronte comune: se paghiamo quel debito, paghiamo la nostra stessa sottomissione. Pochi mesi dopo viene assassinato, nel colpo di Stato del 15 ottobre 1987. La lezione è brutale: quando tocchi il meccanismo, il meccanismo reagisce.

Ma sarebbe comodo archiviarlo come “tragedia africana”. In realtà Sankara è un prototipo universale, perché si finisce spesso per essere colonia di qualcuno a tutte le latitudini. Non serve l’occupazione militare: basta la dipendenza. Oggi la colonia ha nomi più eleganti: “vincoli”, “mercati”, “rating”, “riforme necessarie”. È una gabbia che ti vendono come libertà: tu obbedisci e ti chiamano affidabile; tu paghi e ti concedono stabilità. È il pizzo, solo che arriva con fattura elettronica.

Sankara aveva capito una cosa che noi fingiamo di ignorare: il debito non è un numero, è un rapporto di forza. Quando una potenza economica e militare detta l’agenda, gli altri “scelgono” dentro un recinto. Lo vedi quando le guerre vengono raccontate come morale e finiscono sempre per ridisegnare interessi, rotte, contratti. L’Iraq del 2003, invaso dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, è diventato un simbolo planetario di questa ambiguità: sicurezza proclamata, destabilizzazione reale e sullo sfondo – sempre – l’energia. E lo vedi nelle “missioni” che promettono ordine e lasciano vuoti: la Libia del 2011, bombardata sotto mandato Onu e condotta da una coalizione Nato, ha prodotto conseguenze che noi mediterranei paghiamo ancora in instabilità e ricatti. Qui il punto non è ridurre tutto a “guerra per il petrolio” (sarebbe una scorciatoia): il punto è più sporco e più vero. Chi ha potenza militare e leva economica ottiene spesso ciò che vuole e ciò che ottiene diventa per altri debito, austerità, povertà. Sembra Mad Max non perché manchi la civiltà, ma perché la civiltà, quando serve, si comporta come una rissa per il carburante; quello letterale e quello finanziario.

E l’Italia? Qui la colonia è sottile: non ci occupano, ci allineano. Governa Giorgia Meloni e il lessico è quello della sovranità; peccato che la sovranità sociale – salari, casa, servizi, dignità del lavoro – resti spesso una comparsa. Meloni è ancora a Palazzo Chigi e la sua maggioranza porta avanti la manovra 2026 a colpi di fiducia: segno di forza parlamentare, certo, ma anche di una politica che confonde governo con comando e “popolo” con platea. Nel frattempo la domanda resta lì, sfacciata: che razza di governo è quello che si dice patriota ma accetta come inevitabile la compressione della vita materiale?

Sankara, usato come prototipo, non chiede nostalgia. Chiede lucidità: riconoscere la parola “servo” ogni volta che ricompare travestita da realismo, compatibilità, prudenza. E se è vero che si finisce sempre colonia di qualcuno allora la domanda non è “come evitarlo per sempre” (favola), ma di chi vogliamo essere colonia, e a quale prezzo. Quando la risposta è “per non disturbare i potenti”, la povertà non è un incidente: è il pedaggio.

Gianfranco Lotito
Gianfranco Lotito
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