Chi la spara più grossa

In campagna elettorale l’asta delle promesse funziona come una sagra di paese: vince chi alza più decibel, chi regala più fuochi d’artificio e chi giura miracoli a costo zero. Poi, passata la festa, nel Palazzo restano solo le braci fredde e i conti da pagare. È in quel momento che il candidato trionfante, ormai istituzionale, comincia il grande gioco delle retromarce lessicali: «non ho mai detto», «sono stato frainteso», «i numeri sono diversi», «la congiuntura internazionale». L’Italia cambia governi ma non cambia liturgia: l’iperbole del comizio diventa il congiuntivo della delusione.

Se cerchiamo un Virgilio per attraversare questa commedia è difficile non evocare Cetto La Qualunque, l’immortale creatura di Antonio Albanese. Cetto non promette riforme epocali: promette se stesso, la sua sfacciata antropologia del tornaconto. «Il popolo italiano si beve tutto», dice, con quella rassegnata allegria di chi conosce il mercato dell’illusione meglio del listino di Borsa. E ancora, nel suo dialetto impunito la formula elettorale più sincera mai udita: «Io mi candido per difendere i cazzi miei». Ecco la verità nuda, che la politica professionale si ostina a vestire di pizzi programmatici.

Ogni ciclo elettorale ripropone lo stesso copione. Prima fase: l’esagerazione performativa. Si taglieranno le tasse e si aumenteranno i servizi; si costruiranno ponti, asili, linee ferroviarie, maree di lavoro. Tutto senza debito, anzi, col debito degli altri. Seconda fase: l’atterraggio sul marmo dei vincoli. Arrivano i dossier, le tabelle, i trattati, le clausole; i conti della Corte, della Commissione, della Ragioneria. Quello che era stato urlato in piazza viene riscritto in burocratese corsivo. Terza fase: la memoria selettiva. Qui il talento televisivo fa premio sulla coerenza; bastano due talk show ben condotti perché il «mai detto» cancelli la clip virale di ieri.

Cetto, paradossalmente, redime tutto ciò perché non finge. Quando arringa la folla con il suo celeberrimo richiamo «Pilu! Pilu per tutti!» non vende crescita del PIL, ma una fantasia primordiale e dunque smaschera la struttura simbolica delle campagne: non dati, ma desideri; non piani industriali, ma proiezioni libidiche collettive. La scienza politica lo chiama populismo performativo; Cetto lo chiama «pilu». Stessa sostanza, diverso lessico.

La questione, però, non è (solo) ridere. In un sistema mediatico saturo la competizione al rialzo dell’assurdo produce due effetti corrosivi. Primo: anestesia. A furia di sentire promesse impossibili, l’elettore medio abbassa il termostato della credulità e finisce nell’astensione, il vero partito di maggioranza. Secondo: cinismo adattivo. Se davvero «ci beviamo tutto» allora nessuno è responsabile della sbornia; e il giorno dopo, mal di testa nazionale.

Che fare? Forse serve importare in redazione il metodo Cetto, ma ribaltato: controllo dei fatti preventivo, contatori pubblici delle promesse, bilanci di mandato che scorrono in sovrimpressione ogni volta che un neo-ministro spiega «non sapevamo». Immaginate i talk di prima serata con un ticker: “Promessa n. 17: abolire il bollo. Stato: rinviata al 2043”. Sarebbe meno divertente del «pilu», ma infinitamente più sano.

In attesa di tanta sobrietà, la prossima volta che vi diranno che «dopo il 15 settembre tutte le bollette scenderanno» fate come Cetto: sorridete largo, alzate un calice immaginario e mormorate tra voi: «Il popolo italiano si beve tutto… ma io stavolta sorseggio». È il primo atto di disintossicazione democratica.