L’odore acre che sale da Gaza non è solo quello delle bombe ma quello del pane che non c’è: farina finita, forni a legna spenti, stomaci vuoti. Da otto settimane Israele serra i valichi, taglia acqua ed elettricità, setaccia i convogli umanitari fino a ridurli a un filo d’aria. Non entra quasi nulla: né cibo, né medicine, né carburante. Ai palestinesi rimane la polvere della guerra da impastare con la disperazione. È la fame come arma, la sete come frontiera, la malattia come perimetro di un assedio che infrange ogni residuo di legalità internazionale.
Le agenzie delle Nazioni Unite avvertono che i loro magazzini sono vuoti; la stessa UNRWA documenta famiglie intere costrette a “mangiare qualunque cosa trovino”, anche cibo imputridito, infestato da vermi, secco come pietra o reso nero dal tempo. Il World Food Programme ha esaurito le scorte e chiuso i panifici che sosteneva. Mercy Corps denuncia rincari fino al 500 per cento – qualcun altro parla addirittura del 1.400 per cento – sui pochi generi rimasti: un limone costa come un pranzo, un sacco di farina come un mese di salario. Le madri saltano i pasti per dare ai figli una manciata di riso ammuffito, l’acqua di mare diventa brodo salmastro, i neonati piangono latte che non arriverà.
Chiamatelo come volete: punizione collettiva, blocco totale, ritorsione. Chi preferisce la verità senza eufemismi parla di tentativo deliberato di sterminio per inedia. È genocidio in slow motion, perpetrato a colpi di dogana blindata, benedetto dal linguaggio sterile della “sicurezza”. Le Convenzioni di Ginevra sono carta straccia sotto l’artiglieria dell’impunità; il diritto umanitario muore di fame accanto ai civili che dovrebbe proteggere. E quando la carestia è prodotta a tavolino la colpa non resta sui confini: si allarga come macchia d’olio, lambisce gli uffici ovattati dei nostri palazzi istituzionali.
L’Occidente con la mano destra leva proclami sul “diritto alla difesa” di Israele e con la sinistra firma forniture d’armi, risoluzioni vuote, memorandum d’intesa che odorano di gasolio e contratti bellici. Gli Stati Uniti vietano ogni tentativo di cessate il fuoco al Consiglio di Sicurezza, l’Unione Europea balbetta “equidistanza” mentre vende tecnologia di sorveglianza agli occupanti. Queste capitali illuminate, che si riempiono la bocca di diritti umani a geometria variabile, oggi sono complici per omissione: coprono, finanziano, disinformano, si voltano. La nostra viltà diplomatica nutre la macchina che affama Gaza.
Non è la prima volta che l’umanità assiste e scrolla le spalle davanti a popoli lasciati morire. Accadde agli armeni del 1915, spazzati via nel silenzio complice delle potenze che “non potevano intervenire”. Accadde ai Tutsi del Ruanda nel 1994, mentre i fax del Palazzo di Vetro si inceppavano di burocrazia. Accadde a Srebrenica nel 1995, tra le colline di un’Europa che giurava “mai più” dopo Auschwitz. Accade ancora ai Rohingya, ai curdi yazidi braccati dall’ISIS, ai tigri tamil, agli herero e nama annientati dai colonialisti tedeschi. Ogni volta la cronaca si traveste da inevitabile fatalità; ogni volta i sopravvissuti raccolgono le ossa per costruire la memoria che noi, privilegiati, rimuoveremo.
Siamo di fronte allo stesso copione, aggiornata soltanto la geografia dei crimini. Ma la lezione resta identica: chi tace garantisce che la ruota del massacro continui a girare. Oggi la ruota schiaccia i palestinesi di Gaza; domani potrebbe toccare ad altri “dannati della terra”. Se lasciamo passare l’idea che affamare due milioni di esseri umani sia un legittimo strumento di pressione qual è il prossimo confine morale che verrà frantumato?
In questa valle di complicità servono parole chiare e atti ancora più limpidi. Bloccare subito l’export di armi verso Israele, imporre sanzioni mirate ai responsabili politici e militari dell’assedio, istituire corridoi umanitari sotto protezione internazionale, ricorrere alla Corte Penale dell’Aia per investigare crimini di guerra e, se le prove convergeranno, genocidio. Occorre sospendere trattati di cooperazione che abbiano implicazioni militari o di intelligence finché il flusso di beni essenziali non torni regolare. Bisogna degradare la complicità in reato, trasformare la solidarietà in legge.
Non si cada nell’inganno di chi confonde la critica feroce alle politiche di uno Stato con l’odio verso un popolo. Difendere i palestinesi di Gaza non è negare ad altri il diritto a vivere in sicurezza: è ricordare che la sicurezza di alcuni non può nascere dalla morte programmata di altri. Lo sdegno, se autentico, deve rifiutare la logica tribale dei “nostri” contro “loro” che alimenta guerre infinite.
La storia ci giudicherà per ciò che avremo fatto, o non fatto, quando la fame sarà stata usata come proiettile. E l’alibi del “non sapevamo” è già impossibile: i numeri sono pubblici, le foto circolano, i comunicati delle Ong gridano emergenza, i medici parlano di bimbi che pesano la metà di quanto dovrebbero. Se continuiamo a firmare assegni al boia, il boia porta anche la nostra firma.
Non servono giri di parole: smettiamola di nutrire il mostro della violenza istituzionalizzata. Ogni convoglio respinto al valico di Kerem Shalom, ogni cassa di antibiotici bloccata a Rafah è una condanna a morte scritta anche col nostro inchiostro. L’Occidente democratico ha ancora un frammento di credibilità da spendere? Lo dimostri adesso, non con post indignati ma con embargo, pressione diplomatica, protezione armata dei corridoi umanitari, riconoscimento incondizionato del diritto palestinese alla vita.
Perché oggi Gaza è un laboratorio di disumanizzazione che ci riguarda tutti: se restiamo spettatori domani la fame potrà diventare normalità geopolitica altrove. E allora la parola “genocidio” non sarà più un funesto ricordo storico, ma un protocollo operativo. È tempo di dire basta.


