La riunione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) del 23 giugno ha certificato la nuova soglia del 5 per cento del prodotto interno lordo (Pil) da destinare alla difesa: 3,5 per cento per armi e truppe, 1,5 per cento per infrastrutture e sicurezza cibernetica. La spinta viene soprattutto da Washington: il vicepresidente statunitense J. D. Vance ha avvertito che “chi non paga non potrà contare sull’ombrello americano”.
L’Italia, oggi ferma all’1,54 per cento con 29,2 miliardi di euro (dati Ministero della Difesa 2025), ha promesso a Bruxelles di raggiungere gradualmente il tetto, “entro un decennio” secondo la titolare della Farnesina. Eppure a metà giugno, in visita a Roma, il segretario generale Mark Rutte ha lodato il “piano italiano per arrivare al 5 per cento”. Tradotto in cifre significherebbe passare a oltre 100 miliardi l’anno: più del triplo dell’attuale bilancio. Il percorso è già tracciato da programmi come i nuovi carri armati (8,2 miliardi tra 2025 e 2038) e i 9,3 miliardi spesi nel 2024 solo per acquisizioni.
Ma sul piatto della bilancia pesano anche sanità, lavoro e istruzione. Il Servizio sanitario nazionale (SSN) ha perso 24mila professionisti dal 2020; le liste d’attesa costringono a rinviare interventi e spingono le Regioni a chiedere l’esercito negli ospedali. Nello stesso tempo 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta, record dal 2005 secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat). I giovani senza lavoro sono ancora quasi uno su cinque.
I conti non tornano nemmeno per i contribuenti: con un debito pubblico oltre 2.800 miliardi ogni punto di disavanzo aggiuntivo impone tagli o nuove imposte. Da qui l’anomalia: Bruxelles valuta di consentire scostamenti di bilancio pur di finanziare le spese militari, mentre per ospedali e scuola resta il rigido limite del 3 per cento. Il rischio è di tagliare ulteriormente investimenti civili: l’Italia destina oggi alla ricerca l’1,5 per cento del Pil (media Ue 2,3) e alla scuola il 4,1 per cento (penultima in Europa).
C’è poi la questione strategica. Dal Canale di Suez allo Stretto di Hormuz i conflitti che coinvolgono Israele, Hamas, Iran e Ansar Allah yemeniti minacciano rotte energetiche ma non la difesa collettiva sancita dall’articolo 5 del Trattato Atlantico. L’Italia, proiettata nel Mediterraneo, avrebbe tutto l’interesse a investire su diplomazia e missioni di stabilizzazione: è il Paese che vanta la più lunga tradizione di caschi blu in Libano sin dal 1979. Raddoppiare le spese militari per adattarsi a scenari indo-pacifici voluti dagli Stati Uniti rischia di svuotare la nostra specificità mediterranea.
La sudditanza non è un destino ineluttabile: lo ricorda la “crisi di Sigonella” del 1985, quando il presidente del Consiglio Craxi bloccò i commando statunitensi decisi ad arrestare i terroristi dell’Achille Lauro senza autorizzazione italiana. Allora Roma dimostrò che si può restare alleati senza rinunciare alla sovranità. Oggi, invece, il governo difende l’obiettivo del 5 per cento additando la “minaccia russa” e la “credibilità atlantica”, mentre la Spagna di Pedro Sánchez ha ottenuto da Bruxelles la facoltà di fermarsi sotto il 2 per cento.
Certo, la sicurezza ha un costo; ma la sicurezza sociale ne ha uno altrettanto evidente. Senza un sistema sanitario efficiente, scuole capaci di ridurre la dispersione e posti di lavoro stabili la coesione democratica si sfalda e cresce la dipendenza emotiva da leader che promettono protezione in cambio di delega totale. Prima di ipotecare decenni di bilanci su missili e cacciabombardieri sarebbe doveroso un dibattito parlamentare aperto, non un decreto-legge lampo, che metta sullo stesso foglio entrate, uscite e priorità.
L’Italia può e deve contribuire alla difesa comune, ma la vera credibilità internazionale si misura anche nella capacità di offrire cure, istruzione e lavoro ai propri cittadini. Altrimenti il 5 per cento del Pil destinato alle armi diventerà l’ennesimo conto salato pagato da chi già rinuncia a un esame medico o a un posto in aula per i propri figli. Quando il bilancio di uno Stato somiglia troppo a un arsenale la prima vittima è sempre il suo patto sociale.


