Diritti, disuguaglianze e il rischio oligarchico

Quando la Corte di cassazione, a metà giugno, ha annullato con rinvio numerosi procedimenti fondati sul cosiddetto “decreto sicurezza”, la notizia è arrivata come uno schiaffo alla politica che dal 2017 costruisce campagne sull’allarme migratorio. La motivazione depositata pochi giorni fa è lapidaria: il decreto vìola il principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione) perché priva della protezione “per ragioni umanitarie” categorie di persone che versano in stato di vulnerabilità analogo a quelle ammesse alla tutela; inoltre confligge con l’articolo 10, che recepisce il diritto d’asilo, e con l’articolo 117, che impone il rispetto di convenzioni internazionali. In parole povere, la sicurezza non può diventare un recinto giuridico dove i diritti cambiano colore a seconda del passaporto.

La sentenza suona anche come campanello d’allarme sulla tenuta dello stato sociale. Dal 2020 il Servizio Sanitario Nazionale ha perso oltre ventiquattromila professionisti, mentre il cantiere della cosiddetta “autonomia differenziata” rischia di accentuare il divario tra regioni ricche e regioni in difficoltà: la spesa sanitaria pro capite oscilla già fra i 2.400 euro della Provincia autonoma di Bolzano e i 1.700 della Calabria. Sul fronte pensioni l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) avverte che, senza un’inversione demografica, il rapporto fra occupati e pensionati scenderà sotto 1,3 entro dieci anni, erodendo la capacità redistributiva del sistema.

I numeri dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) mostrano che la forbice fra ricchi e resto del Paese si spalanca: il 10 per cento più abbiente possiede il 52 per cento della ricchezza netta, mentre il 40 per cento inferiore si divide appena il 4,7 per cento. Anche chi non rientra nelle soglie di povertà assoluta vive “da povero”: contratti atipici, mutui irraggiungibili, Servizio sanitario che arretra e caro-vita che avanza. L’ascensore sociale, un tempo lento ma funzionante, oggi resta spesso bloccato al piano terra.

Lo sfilacciamento sociale ha radici molteplici. La deindustrializzazione di vaste aree, l’invecchiamento rapido, la frammentazione delle famiglie e la crescente insicurezza lavorativa erodono legami comunitari; i social network amplificano conflitti e semplificazioni, mentre la politica – talvolta prigioniera dell’immediatezza emotiva – preferisce slogan identitari a riforme strutturali. In questo quadro maturano due spinte contraddittorie: la richiesta di protezione statale e l’adesione fideistica a leader che promettono scorciatoie. Il consenso “a prescindere” non è nuovo nella storia repubblicana, ma oggi un elettorato più fluido sceglie la fedeltà al capo come surrogato di quella comunità che non trova più nel territorio o nel lavoro.

Ciò conduce alla questione: l’Italia sta scivolando verso un’oligarchia? Se per oligarchia intendiamo un sistema in cui ristrette élite economiche e mediatiche orientano scelte pubbliche senza reale concorrenza, alcuni indizi sono inquietanti. Il mercato televisivo e quello pubblicitario restano fortemente concentrati; i grandi gruppi finanziari esercitano influenza trasversale su informazione e politica; il Parlamento, contrariamente alla vocazione costituente, approva ormai molti disegni di legge “a iniziativa governativa”, riducendo lo spazio del dibattito. Allo stesso tempo, però, permangono istituti di controllo – Corte costituzionale, Corte dei conti, magistratura ordinaria, Corte di cassazione – pronti a bloccare norme che comprimono i diritti fondamentali. La vicenda del decreto sicurezza lo dimostra: in Italia l’equilibrio dei poteri non è fissato in pietra, ma neppure completamente svuotato.