Non passa giorno in cui da più parti, si disquisisce sul ritorno al bel tempo che fu facendo uso a piene mani delle molteplicità linguistiche che l’idioma italico consente. Le tante disquisizioni paesologiche unite a quelle più profonde meridiane sono perfettamente legittimate da una dialettica parolaia e implementate dalla rete mediatica che rende tutto plausibile. Una benché piccola regione come la Basilicata non poteva non allinearsi, mettendo in mostra le sue potenzialità creative nel porsi all’apice di quel turismo lento di cui tanto si parla, favorita in questo dalla vetustà arcaica della sua rete stradale e dei suoi borghi abbandonati.
Si scopre così il ritorno all’uso di un mezzo antiquato ma concettualmente avanzato come la bicicletta e via fiumi di parole che illustrano progetti virtuali di mobilità green all’insegna del copia e incolla con la benedizione di enti e istituzioni varie. La parola ciclovia diventa il mantra per uscire dalle contraddizioni della società consumistica in cui viviamo.
È fin troppo banale evidenziare sulla rete stradale di una comune carta geografica percorsi definiti eufemisticamente ciclovie, che però si rivelano semplici e visionarie fantasie disgiunte dalla realizzazione pratica o meglio speditiva sul territorio. Unica evidenza, il proliferare di guide e pubblicazioni escursionistiche, nella più totale confusione tra strade, itinerari e sentieri, lontani anni luce dallo spostarsi in bici persino sull’antica rete viaria romana, e qui torna d’obbligo parlare delle famose vie Herculea e Popilia, s’intende sempre in ambito virtuale!
Non ci rimane che montare con spavalderia sul cavallo d’acciaio, meglio se in fibra di carbonio, armati di una profonda erudizione paesologica, infervorati dal pensiero meridiano e desiderosi d’inoltrarsi con buona lena per gli interminabili saliscendi della nostra rete viaria, nonostante il rischio di essere inseguiti da una muta incazzata di cani pastore maremmano abruzzese, che a onor del vero, bisogna dire senza alcun torto!


