Aducanumab, luci e ombre per il primo farmaco per l’Alzheimer

Approvato negli Stati Uniti il primo farmaco della storia nel trattamento dell’Alzheimer. Aducanumab, questo il nome dell’anticorpo monoclonale, potrà essere somministrato nelle fasi precoci della malattia per rallentare il declino cognitivo. Un passo storico -erano 18 anni che si aspettava l’arrivo di una qualche molecola utile nel trattamento della malattia neurodegenerativa- che però non rappresenta affatto la soluzione all’Alzheimer: approvato contro il volere del comitato indipendente dell’FDA, i trial clinici su cui si è basata l’immissione in commercio non hanno portato a risultati chiari sul reale beneficio di aducanumab. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2050 le persone colpite da Alzheimer saranno più di 107 milioni. Un numero impressionante che inciderà in maniera notevole sui conti dei sistemi sanitari nazionali. Il morbo, la devastante malattia neurodegenerativa osservata per la prima volta nel 1906 dal medico tedesco Alois Alzheimer, si caratterizza per il progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Caratteristica comune a tutti i malati è la presenza di ammassi neurofibrillari e placche amiloidi a livello del cervello. L’evidenza scientifica della presenza di queste placche ha portato in passato i ricercatori di tutto il mondo a sviluppare strategie per eliminare queste proteine aberranti. Ed è proprio partendo da questa evidenza che negli anni si sono sviluppate diverse strategie mirate ad evitare l’accumulo di queste proteine. Una di esse è l’utilizzo di aducanumab, un anticorpo che avrebbe il ruolo di “sequestrare” e “distruggere” le beta amiloidi riducendo, di fatto, i danni cerebrali associati. Testato da anni nei pazienti con Alzheimer, il farmaco ha subito nel tempo un travagliato iter di sperimentazione che ha portato alla controversa approvazione. I dubbi sono tutti nelle due sperimentazioni di fase III (quella fase in cui si valuta la reale efficacia del prodotto): in una il farmaco si è mostrato utile nel rallentare il declino cognitivo -se somministrato precocemente- di 0,3 punti in una scala che va sino a 18; nell’altra non si è registrato alcun miglioramento. Studio che è stato interrotto a metà, per mancanza di prove di efficacia, che ha lasciato più di mille persone (delle 3285 coinvolte nello studio) senza completare la terapia. Non solo, somministrato ad alte dosi aducanumab nel 40% dei partecipanti allo studio ha causato edema cerebrale ed emorragie. Risultati non proprio confortanti che per diversi addetti ai lavori sarebbero spiegabili nell’ormai superato approccio alla malattia. Sino ad alcuni anni fa ad essere considerata dannosa era la placca amiloide. Ora sempre più numerosi studi indicano che questi ammassi possono essere presenti anche in persone perfettamente sane. Ad essere pericolose, stando agli studi, sarebbero quelle specie solubili che si disgregano da esse. La formazione della placca dunque potrebbe addirittura rappresentare un meccanismo di difesa fino a quando regge. Quando poi l’equilibrio viene interrotto le placche rilasciano frammenti solubili in grado di danneggiare i neuroni portandoli verso la morte. Attendendo che la ricerca faccia luce sui meccanismi alla base del declino cognitivo, l’approvazione dell’FDA -avvenuta senza il parere positivo del comitato indipendente- appartiene alla categoria delle “approvazioni condizionate”. Riconoscendo che gli studi clinici sul farmaco hanno fornito prove incomplete circa l’efficacia, FDA ha concesso l’approvazione richiedendo all’azienda produttrice Biogen di condurre una nuova sperimentazione clinica.

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