A proposito…di leoni

In numerosi stemmi e insegne comunali un’immagine ricorrente è un leone sulle cui spiegazioni l’araldica potrebbe far scrivere fiumi di parole, ma volendo considerare il valore estetico e quindi artistico di una tale rappresentazione qualora diventi lo spunto nella mente di uno scultore per realizzare un’opera d’arte tutto cambia rendendo necessaria una sua precisa contestualizzazione in tal senso.

Nella Firenze, culla del Rinascimento, piazza della Signoria, caso unico è irripetibile nel mondo intero, è un museo a cielo aperto in cui la configurazione asimmetrica per ciò che riguarda la sua geometria, acquista una sua simmetria grazie alla disposizione e alla bellezza dei manufatti scultorei e il loro valore simbolico: dal Marzocco scolpito da Donatello, appunto un leone, che custodisce tra i suoi artigli lo scudo con il giglio rosso in campo bianco simbolo della città davanti all’arengario di Palazzo Vecchio e poco più in là il David di Michelagelo, il Perseo di Benvenuto Cellini, la Loggia dell’Orcagna con le sue statue e il cerchio virtuale si chiude con la statua equestre del Giambologna e il Biancone dell’Ammannati. Agli occhi dello spettatore, perché di uno spettacolo si tratta, avviene quasi una perfetta e irripetibile simbiosi tra il generale e il particolare sia che nella piazza s’entri da una delle diverse strade che vi s’immettono sia che la si osservi dall’alto della maestosa Torre di Arnolfo.

In quest’ultimi anni è invalsa l’abitudine, scopiazzando ahimè le manie di grandeur di Parigi, di collocare delle opere definite di arte contemporanea o moderna, che dir si voglia, nelle piazze e non se ne capisce il significato. Forse soltanto per dare una qualche dignità artistica a una scultura che però in una piazza come quella fiorentina è un vera assurdità o altrimenti risponde a una sete bulimica di un qualche Lanzichenecco di circostanza nei santuari della cultura.

Da qualche mese una colossale statua di un leone sgraziato, atipico anche nella postura e anomalo, che più che disneyano come lo definisce il suo autore sembra l’essenza del kitsch nelle sue vette più eccelse,  è un vero pugno nello stomaco per chi se lo trova davanti con il Marzocco a poche decine di metri e più avanti il Perseo di Benvenuto Cellini che sollevando la testa della Medusa sembra guardare il manufatto, appunto disneyano, pensando con lo sguardo minaccioso al suo artefice!

Fatte le debite proporzioni, veniamo ora alla nostra città di Potenza che nello stemma del comune ha riprodotta l’immagine di un leone rampante sul cui significato hanno scritto illustri studiosi, come Pietro Lacava, Giacomo Racioppi e Antonino Tripepi fornendo dettagliate e interessanti notizie storico-culturali, parti integranti a pieno titolo della storia della città. Purtroppo la figura del leone, ma non si comprende in che senso, ha fornito l’ispirazione a un artista che diversi anni orsono ha realizzato una scultura bronzea strana che dovrebbe rappresentare una belva leonina e l’ha donata alla città la cui amministrazione si è dovuta arrovellare non poco per trovare una collocazione idonea, in ossequio ai soliti appassionati della perenne e affannata ricerca di una identità potentina in simboli effimeri e vacui. Si trascura invece un immenso e unico patrimonio storico e artistico che, una benché piccola cittadina del sud, possiede e deve rivalorizzare. Basti pensare a quello scrigno di tesori che il Museo Archeologico Dino Adamesteanu raccoglie, così come le numerose testimonianze e ricerche fatte da studiosi di valore dal Rendina a Gattini, da Riviello a Tommaso Pedio tanto per citare i classici ma anche giovani come l’ottimo lavoro di ricerca su Potentia. La città romana tra età repubblicana e tardo antica di Annarita Di Noia.

Tornando al bronzeo leone si è finalmente scelta la location, termine che oggi è molto chic, addirittura in una piazza storica per una città come la nostra che nella vecchia toponomastica si chiamava Piazza 18 Agosto in ricordo della prima insurrezione antiborbonica in assoluto, come si legge sulla lapide posta sull’arco d’ingresso delle cosiddette Scale del popolo, il busto di Giuseppe Zanardelli con relativa epigrafe e in tempi ormai lontani la Villa Comunale con il monumento ai caduti poi ricollocato nel Parco di Montereale. Di sicuro la piazza così concepita aveva un suo organico riscontro storico di tutto rispetto. Oggi invece con la nuova toponomastica è divenuta Piazza Vittorio Emanuele II, al posto del monumento ai caduti c’è un terminal delle scale mobili e al centro una rotonda su cui è collocato il leone bronzeo, che riveste il ruolo di una colonnina spartitraffico e nient’altro ma che non ha nulla da spartire con il leone rampante dello stemma comunale potentino di significato ben diverso. Se ci volessimo riferire al savoiardo che ha fatto l’Italia, la caratteristica leonina non è mai appartenuta ai rampolli della casa sabauda Non se so se nell’Anatolia ci siano leoni, ma visto che nelle nostre tradizioni c’è anche la storica parata dei turchi, sembra che l’artista abbia fuso nel bronzo un leone turco, però se ne potrà parlare un’altra volta.

Accontentiamoci per ora, di certo, se la vera Lucania era terra di lupi, un predatore per eccellenza ci poteva stare a fagiolo senza neppure scomodare la lupa capitolina, nutrice di Romolo e Remo e in epoca relativamente recente l’orgoglio di essere stati figli della lupa e di rimando all’accezione latina del termine!

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Michele Vista
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