42 anni dall’assassinio di Rocco Chinnici

Sono trascorsi 42 anni dall’assassinio di Rocco Chinnici, padre dell’antimafia, che entrò nella magistratura nel 1952 dapprima nel tribunale di Trapani come uditore giudiziario e poi a Partanna come  pretore. Nel 1970 gli venne assegnato il caso della “strage di viale Lazio”, avvenuta a Palermo il 10 dicembre 1969 per un regolamento di conti di Cosa Nostra,  e successivamente divenne magistrato di Cassazione e Consigliere Istruttore.

Alla luce dei molteplici omicidi da parte di Cosa Nostra, Chinnici volle dar vita ad una struttura collaborativa tra i magistrati dell’ufficio (c.d. Pool antimafia tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino)  al fine di reprimere e, soprattutto, prevenire le condotte riprovevoli dei mafiosi omicidi.  Tale attività di repressione ebbe come naturale conseguenza anche il coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia, con una vera e propria campagna nelle scuole di informazione, sostenendo che “parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”.

Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici fu ucciso alle 8 del mattino a causa dell’esplosione di una Fiat 126 con 75 kg di esplosivo parcheggiata davanti alla sua abitazione in via Giuseppe Pipitone Federico a Palermo. A provocare l’esplosione fu Antonio Madonia, azionando un telecomando, che si era nascosto nel cassone di un furgone.  Nell’esplosione vi furono altre vittime: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta che facevano parte della scorta di Chinnici e il portiere dello stabile.

La Corte d’Assise di Caltanissetta nel 2002 ha condannato all’ergastolo i mandanti dell’attentato ovvero i vertici della “Cupola” mafiosa: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella etc e, come esecutori materiali, Antonio Madonia ed altri  collaboratori.

La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succede nulla agli uomini della mia scorta. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose, ma questo non impedisce né a me e né agli altri giudici di continuare a lavorare”. Questa fu una delle ultime dichiarazioni che, purtroppo, trovarono seguito non solo nei suoi confronti ma, pochi anni dopo, anche verso  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Caterina Laurita
Caterina Laurita
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