Virus Corona. Le ultime novità sull’efficacia dei vaccini contro le varianti

La variante inglese non ridurrebbe la protezione della risposta immunitaria cellulare scaturita dai vaccini a mrna o da un’infezione precedente.

di Marta Musso

I vaccini anti-Covid finora autorizzati sono efficaci anche contro le nuove varianti del coronavirus? È questa una delle tante domande chiave a cui la comunità scientifica sta tentando di rispondere e i risultati finora ottenuti sembrano essere incoraggianti. Come vi abbiamo raccontato, infatti, in linea generale gli studi in corso mostrano una buona efficacia dei vaccini a mRna, così come quello più classico di AstraZeneca, contro la cosiddetta variante inglese, e probabilmente un po’ inferiore contro quella sudafricana. Tuttavia, un nuovo studio preliminare, appena pubblicato sul sito pre-print bioRxiv (e che quindi deve ancora essere sottoposto a revisione), inoltre, ha dimostrato che le varianti del coronavirus non influenzerebbero la risposta immunitaria cellulare, quella legata all’attivazione dei linfociti T. Come raccontano gli autori de La Jolla Institute for Immunology, del Craig Venter Institute e della University of California di San Diego, dalla loro analisi è emerso che nessuna delle quattro varianti del coronavirus emerse di recente, ossia la B.1.1.7, B.1.351, P.1 e B.1.429 (rispettivamente le varianti inglese, sudafricana, brasiliana e californiana), ha influenzato negativamente la risposta delle cellule T Cd4 e Cd8, attivata sia dai vaccini a mRna, quello di Pfizer e di Moderna, sia dalle precedenti infezioni. Per capirlo i ricercatori hanno osservato il modo in cui le varianti incidono sulla reattività di queste cellule T, utilizzando sia campioni di sangue prelevati da persone convalescenti e precedentemente infettate dal ceppo originale, sia campioni provenienti da chi si era vaccinato con Pfizer o Moderna circa 14 giorni dopo la somministrazione della seconda dose. “Nel complesso, i risultati dimostrano che le risposte delle cellule T nei convalescenti o nei vaccinati non sono sostanzialmente influenzate dalle mutazioni trovate nelle varianti”, commenta il team. Sempre riguardo alla protezione dei vaccini a mrna, e in particolar modo quello di Pfizer, in una anticipazione all’Adnkronos, Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, ha riportato i risultati di un test svolto a Brescia, secondo i quali la variante inglese non solo non sarebbe resistente al vaccino di Pfizer, ma anche che gli anticorpi sviluppati da chi è stato vaccinato potrebbero funzionare ancor meglio (hanno un potere neutralizzante più alto) sulla variante che sul ceppo originale. “Sottoporremo questi risultati per la pubblicazione su una rivista scientifica”, ha spiegato l’esperto. “Nell’attesa mi preme lanciare un messaggio a tutti i cittadini che lo leggeranno: i vaccini anti-Covid funzionano, sono l’arma di prevenzione contro questa pandemia e bisogna crederci”. In un altro piccolo studio, sempre preliminare, i ricercatori della Columbia University si sono concentrati sugli effetti della variante brasiliana. Testando, anche in questo caso, campioni di vaccinati e di convalescenti, le analisi hanno mostrato che chi è stato immunizzato con i vaccini a mra mostra una modestissima perdita della capacità di neutralizzare la variante, e comunque maggiore rispetto a chi invece è stato precedentemente infettato dal virus. Dati, quindi, che sembrano suggerire che il vaccino può conferire una protezione maggiore rispetto a quella che si ottiene con un’infezione naturale. E ancora: per la variante sudafricana, un altro studio preliminare coordinato dalla Wits University ha dimostrato che l’efficacia del vaccino della biotech americana Novavax (che come vi avevamo raccontato offre un’alta protezione dalla variante inglese) è relativamente conservata, mentre la precedente infezione naturale non sembrerebbe conferire alcuna protezione.

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