Villaggio Quadrimensionale: istituzioni sorde e cieche

È in atto, non solo in Occidente  ma in ogni parte del mondo, un profondo processo di rinnovamento. Esso procede molto lentamente, forse anche troppo, e in maniera quasi impercettibile, tuttavia avanza imponendo le sue leggi e superando ogni ostacolo con una grande forza d’urto. La cultura dell’epoca postmoderna invita ad aprirsi a una concezione non metafisica, ma retorica delle verità. Allo stesso tempo ciò non vuol dire rinunciare a qualsiasi forma di razionalità che pretenda di fondarsi su una realtà oggettiva ma al contrario fare della razionalità un passepartout per aprire nuove “stanze” che albergano in noi dove l’io è soggetto attivo libero dal “contratto naturale” e capace di relazionare con l’altro (suo simile, suo amico, suo fratello) sulla base di un processo di socializzazione che appare nato spontaneamente, e in parte lo è perché tutti i componenti della stessa materia, cioè la vita in quanto processo sì crescita ma soprattutto perché frutto della stessa “sostanza”. Ebbene per quanto occorrerebbero fiumi di parole per esprimere un concetto elementare questo momento storico offre la possibilità di conoscere dal vivo la “materia” umana portatrice di esigenze, idee, capacità, libertà da frustrazioni sedimentate da un sistema monolitico dominante che vorrebbe la costruzione a tutti i costi di una massificazione dell’essere, libertà dello sviluppo di pensieri alternativi a quello unico figlio di un’artificiosità alienante “pronto” a classificare” e dedito al procedimento dello “scarto” non dissimile da una concezione inglobante dove il reale diventa artificiale e in quanto tale sistema di pianificazione omologante.  Una giornata al villaggio quadrimensionale di Troia, in provincia di Foggia (a onor del vero dovrei scrivere al villaggio “Nuova specie”) è un’esperienza da compiere. Il “primo motore” di questa realtà è il professor Mariano Loiacono, psichiatra, psicoterapeuta ed epistomologo globale che si avvale di uno staff dalle mirabili capacità per portare al centro della visione della realtà l’essere l’uomo, non più soggiogato e manipolato da una “artificiosità” costruita a tavolino per massificare la specie, utilizzando anche “medium” innaturali figli di concezioni ormai superate dallo stesso divenire dell’essere che, in “spazi” ordinati dallo stesso “io”, trova occasioni per esplicare la sua vera essenza naturale modellata dalla conoscenza, dalla capacità di scorgere nell’apparente imperscrutabilità dell’essere l’ordine del vivere non figlio della difesa ma della capacità di “donare”. A mio avviso non è necessario andare alla ricerca affannosa della radice della parola bensì trovare la radice della propria esistenza nata per amare, anche per soffrire ma soprattutto per concedersi all’altro in nome di una parola, della quale forse abuso ma necessaria, è cioè amare. Senza dover spiegare la sua origine amare vuol significare accettare differenze, condividerle, farle proprie perché essenze della vita stessa, Nuovo umanesimo è un processo di ritrovata concezione che pone l’essere al centro del processo della vita. Una visione globale dove l’uomo è libero, non schiavo di pregiudizi, che al solito sono sempre il risultato di un processo revisionista fondato sulle negatività, capace di riappropriarsi del proprio spazio vitale come propagine dell’altro. Bios (βίος) che in quanto tale ha punti continui di contatto con l’altro perché suo simile anzi sua immagine vitale fatta sì di differenze ma di una infinità di somiglianze dove s’instaura un legame che va oltre i confini della conoscenza. Ebbene al Villaggio Quadrimensionale di Troia (in provincia Foggia) si ha la sensazione di essere stati sempre in quel luogo “magico” dove non occorrono mezzi di autodifesa perché come accade in una famiglia dalle caratteristiche “sane” l’uno e l’altro si completano all’insegna di un concetto utilizzato troppo di sovente senza che venga colto il suo vero significato donare-ricevere. Alla luce di queste premesse e evidente che la cultura postmoderna deve affermare  che il compito del pensiero è diverso da quello che la tradizione filosofica del mondo occidentale gli ha assegnato. Anziché risalire al fondamento per cogliere l’origine della realtà e quindi cercare la verità ultima in grado di dare un senso al mondo e al corso della storia, esso è chiamato a prestare attenzione alla vita, poiché si ritiene che anche questa, una volta restituita a se stessa, e lo faccio senza scomodare per giunta un filosofo il cui pensiero non è da me condiviso (Nietzsche), l’uomo nuovo “uscirà” naturalmente e rigenerato, partorito per una seconda volta da un contesto benevolo però capace di ribellarsi, in questo momento dovrei citare un altro filosofo ma lo eviterò deliberatamente perché m’interessa il concetto che ha esplicitato, in contrapposizione a un suo quasi contemporaneo, che diventa universale perdendo la paternità. Se nel Leviatano il principe ha sempre ragione fa d’uopo accettare anche l’eccezione: se l’autorità è sorda, cieca e non si comporta da “buon padre di famiglia” è legittimo contestarla con ogni mezzo tranne che con la violenza, e così mi dissocio dall’uso di tali mezzi, per l’affermazione di valori già riconosciuti e scritti in una  “magna carta” che non deve diventare solo un libro da studiare nei corsi accademici ma diventare una “sacra” scrittura alla quale rifarsi sempre; e i primi “chiamati” ad esercitarla e praticarla sono proprio coloro che detengono provvisoriamente il potere perché delegati non autorizzati per diritto di nascita. L’uomo del nuovo umanesimo deve essere entità pensante. Via l’anello al naso. Finalmente liberi dalla “schiavitù” di un potere malato ma portatori di idee non nuove ma vecchie e non applicate. La vita di uomini è stata immolata per rivendicare principi costituzionali che è tempo che trovino giusta collocazione. Sono solo poche decine di articoli. Ebbene, che siano applicati altrimenti il “principe” scappi con il favore delle tenebre e si nasconda nelle viscere della terra perché è venuto meno a un giuramento a difesa e a tutela della collettività. Neminem laedere ma soprattutto assicurare la giustizia sociale, inutile riempirsi la bocca di parole senza senso che richiamano alla coscienza civile: se un padre non può sfamare i propri figli è legittimato ad adoprarsi per assicurare la vita alla propria famiglia? Sì, sì e ancora sì. Personalmente ho passato poche ore nel Villaggio Quadrimensionale di Troia e confermo il mio convincimento: lo Stato deve essere presente non in “parodie” di facciata ma con atti fattuali. Kant sosteneva che l’uomo ha bisogno di un capo per poter sopravvivere, direi quasi che è la scoperta dell’acqua calda. Dalla notte de tempi è così ma è la natura del “principe” che deve mutare perché i “figli” non soffrano. Non citerò gli articoli della Costituzione perché sarebbe inusuale ricordare a chi esercita il potere in quanto, lo ripeto, delegato ad applicare le norme. Il potere è del popolo che demanda ad altri il fine ultimo: applicazione senza se e senza ma del benessere collettivo. Se l’istituzione è sorda e cieca non si opererà per un trapianto ma per la sostituzione di chi non è capace. Non può essere che si continua a demandare alla incapacità degli uni. E ora consentitemi divagazioni “spericolate”, temi che potrebbe apparire fuorvianti ma che considero essenziali per stabilire se l’uomo è buono, cattivo o neutro. Pur non negando che gli uomini abbiano bisogno gli uni degli altri, Hobbes afferma che essi non hanno un istinto naturale che li porta alla benevolenza e alla concordia reciproca. Nega infatti che ci sia un amore naturale dell’uomo verso l’uomo. Da qui la sua convinzione che ogni associazione naturale non nasca dalla benevolenza o dall’amore verso gli altri ma dal bisogno reciproco o dall’ambizione. È il timore reciproco che fonda le più grandi e durature società. Le cause di questo timore sono due: l’uguaglianza degli uomini nello stato di natura per cui tutti hanno diritto su tutto e quindi ognuno può rivendicare l’uso esclusivo dei beni comuni; la reciproca volontà di danneggiarsi o l’antagonismo derivante dal contrasto d’opinioni e dalla mancanza del bene. Queste due cause fanno sì che lo stato di natura sia uno stato di guerra di tutti contro tutti (“bellum omnium contra omnes”) dove non esiste la distinzione tra giusto e sbagliato né esiste alcuna legge. Ognuno ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri. Questo diritto non è la legge di natura bensì un istinto naturale. Ma questo stato di guerra di tutti contro tutti porterebbe inevitabilmente all’autodistruzione della specie umana e anche la sola minaccia potenziale dello stato di guerra pone l’uomo al livello di un animale solitario caratterizzato dal timore. L’uomo però è fornito di ragione e la ragione naturale gli suggerisce la norma generale da cui discendono le leggi naturali del vivere civile, che proibiscono all’uomo di compiere azioni che recano distruzione della vita. Questo principio è alla base della legge di natura. Vi sono essenzialmente tre leggi naturali che impediscono all’uomo l’istintiva autodistruzione imponendogli una certa disciplina che apporti sicurezza e possibilità di occuparsi di attività che rendono migliore la sua vita. La prima, e più importante, è cercare e conseguire la pace poiché si ha la speranza di ottenerla e, se ciò non può essere ottenuta, cercare tutti gli aiuti e i vantaggi della guerra (pax est quaerenda). La seconda è che l’uomo potrebbe rinunciare al diritto su tutto e tutti, a condizione che lo facciano tutti gli altri, accontentandosi di avere tanta libertà quanta egli ne riconosce agli altri. La terza, di conseguenza, consiste nello stare ai patti e nel mantenere la parola data (pacta sunt serbanda). Ciò che segna il passaggio dallo stato di natura a quello civile è la stipulazione del “contratto” con il quale gli uomini rinunciano ai loro diritti naturali. Solo se ciascun uomo sottomette la sua volontà a un unico organo (persona o assemblea) obbligandosi a non opporgli resistenza, si ha una solida difesa della pace e dei patti di reciprocità in cui essa consiste. L’organismo nato in questi termini, prende il nome di “Stato” ed esso ingloba in sé la volontà di tutti. Colui che rappresenta quest’organismo è il “sovrano”, gli altri sono sudditi. Lo Stato è il “Dio mortale”, il “Leviatano”, a cui si deve la pace e la difesa. In Locke è diversa la concezione dello “stato di natura” e di conseguenza quello di “Stato”, egli infatti fu uno dei primi e più convinti sostenitori della libertà dei cittadini. Secondo Locke esiste una legge di natura che è la ragione stessa, quella ragione di cui parlava anche Hobbes. Essa ha per oggetto i rapporti tra gli uomini e prescrive la reciprocità di questi rapporti. Questa reciprocità è connessa strettamente, come per Hobbes, all’uguaglianza originaria degli uomini. Locke riteneva che questa regola limitasse il diritto naturale di ciascuno con quello degli altri. È la ragione che insegna agli uomini la fondamentale uguaglianza cioè che nessuno deve danneggiare la vita degli altri. Nello stato di natura essa è la sola legge valida perciò la libertà degli uomini sta nel non sottostare ad alcuna volontà ma al solo rispetto della norma naturale. Il diritto naturale dell’uomo coincide con i seguenti tre diritti: diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà. La pace fra gli uomini nello stato di natura è per Locke concepibile ma precaria e, per evitare lo stato di guerra che si potrebbe generare se qualcuno ricorresse alla forza per ottenere il controllo sulla vita e sulle cose degli altri, gli uomini si pongono in società e abbandonano lo stato di natura. La formazione di uno Stato non toglie al singolo quei diritti che godeva allo stato di natura. Infatti gli uomini si organizzano in comunità proprio per conservare e tutelare questi diritti. Lo Stato, nato con questi precisi limiti, è diverso da quello concepito da Hobbes che è assoluto. Attraverso un generale consenso dei cittadini, si origina il potere civile che è scelto direttamente da loro ed è garanzia della propria libertà. Quindi la diversa concezione dello stato di natura fa sì che il contratto non dia origine a un potere assoluto ed esso venga stipulato dai cittadini come atto di libertà, diretto a mantenere e garantire la libertà stessa. I poteri che in Hobbes erano indissolubilmente riuniti nel Leviatano, nello Stato di Locke sono divisi in: potere legislativo, esercitato da un’assemblea, potere esecutivo e potere federativo. Data la natura del contratto in Locke, i cittadini conservano il diritto di ribellarsi allo Stato quando questo diventa tiranno e trascende i limiti che gli sono stati imposti al momento della fondazione. In Locke la differenza tra re e tiranno sta nel fatto che il re fa delle leggi i limiti del suo potere e del bene pubblico il fine del suo governo, il tiranno invece subordina tutto alla sua volontà e ai suoi fini.  Data questa premessa torno all’argomento principe: oggi esiste una realtà a Troia (in provincia di Foggia) dove l’uomo è libero di autodeterminarsi all’insegna di principi ispiratori necessari per la convivenza impregnata sempre sul solito concetto: amore verso se stessi e verso gli altri. Il professore Mariano Loiacono e tutti coloro che hanno creduto nel suo pensiero hanno investito soldi propri, ribadisco: soldi propri. Lo scopo è uno solo: “costruire” una nuova specie che non usi additivi artificiali, che non vengano inibite le coscienze, non si distrugga l’essere con veleni, i cosiddetti inibitori usati in psichiatria che dalla legge Basaglia invece di andare avanti come un gambero ha compiuto movimenti all’indietro. Mancano solo strumenti cari ai primi psichiatri e a veri “dementi” a cominciare da Lombroso. Al Villaggio Quadrimensionale (Nuova Specie Onlus) il disagio generale diffuso lo si “combatte” senza artifizi medicali ma con progetti di rivitalizzazione attraverso i quali ci si riappropria della vita. Ora sta a tutti i “falsi profeti” della medicina ma soprattutto agli amministratori della cosa pubblica di finirla con gli interessi privati negli atti pubblici e tornare all’uomo portatore di bisogni e di esigenze. Restituire all’essere pensante ciò che al Villaggio Quadrimensionale è routine mettere gli uomini al centro del tutto per consentire loro una vita piena di soddisfazioni e di realizzazione. In una precedente considerazione ho usato uno slogan che userò per chiudere questa disquisizione: «Provare per credere». Dal professore Loiocono e dal suo staff operativo il nuovo umanesimo è già in atto da lustri e lustri e mentre ancora adesso ci si perde in sterili discussioni lì si opera quotidianamente e i risultati sono sotto gli occhi di tutti e non servono titoli accademici per capire che il Villaggio Quadrimensionale è un “paradiso” costruito con sacrifici ma che ogni giorno dà risultati “invidiabili” che la cosiddetta “moderna psichiatria” può solo sognare in una “notte di mezza estate”.

1 commento su “Villaggio Quadrimensionale: istituzioni sorde e cieche”

  1. Bel reportage. Questa analisi filosofica interroga anche e soprattutto il mondo scientifico. A questo proposito segnalo l’importante testo di Labatut uscito recentemente per Adelphi “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”

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