Verità storica e verità processuale

Non ci fu trattativa Stato-mafia. Lo ha sentenziato la Corte di Appello. Abbiamo, quindi, l’ennesima verità: dopo quella dei PM e quella del Tribunale, ora quella dei magistrati del dibattimento di secondo grado.
Basta una sentenza a cancellare anni di cosiddetto complottismo, che ha annoverato fra le sue fila politici, magistrati, giornalisti e quelli che vengono, con una punta di disprezzo, chiamati populisti giudiziari?
Alla fine è solo una trovata scenica quella che attribuisce valore di verità alla sentenza. E’ necessario che una vicenda giudiziaria veda la fine, seppur con calma e per favore, beninteso, e allora si fa un processo, nel quale le prove addotte per i PM bastano e per il collegio no. Si tratta sempre e soltanto di diverse interpretazioni da parte di esseri ugualmente umani, e, se è vero che può sbagliare un PM, è altrettanto vero cha a sbagliare possa essere anche un collegio. Ma le comunità si sono messe d’accordo sul fatto che ci sono uomini deputati ad accusare e a portare le prove e altrettanti uomini deputati a decidere. Una fictio, necessaria, ma pur sempre una fictio, in ragione della quale la verità di tizio vale più di quella di caio.
Motivi di ordine sociale, quel compromesso sociale che sta alla base di ogni comunità, marchiano la verità costruita in un processo e decisa da uomini, come verità assoluta.
Quindi, se è necessario avere, alla fine, una verità da imporre (verità ricostruita e frutto di interpretazione, non verità assoluta) è pur vero che i tifosi dell’una come dell’altra parte farebbero bene a non cantare sfacciatamente vittoria. Perché una sentenza, che è atto umano, può essere sbagliata e, teoricamente, anche deviata: nel paese più corruttibile d’Europa, e comunque ben messo anche nelle classifiche mondiali, certo non farebbe scalpore una sentenza pilotata (e di esempi ce ne sono tanti). In effetti, se vogliamo dirla tutta, in Italia è ben possibile che un PM faccia inchieste avventate, così come un giudice scriva sentenze sbagliate. Certo, dobbiamo pur crederci, ma inutile alzare vessilli di verità assolute e sventolarli vittoriosamente.
Da avvocato so che le sorti di una vicenda possono dipendere da mille fattori: per esempio un avvocato scadente può rappresentare male la sua ricostruzione giuridica e perdere la causa per questo solo motivo; per esempio, ancora, possono essere commessi errori processuali, da un difensore, dal PM, che chi è più abile può sfruttare sovvertendo la verità storica, e creandone un’altra processuale. Oppure una raffinata tesi giuridica può essere bollata come fantasiosa da una mente più ristretta o meno acculturata. Oppure l’autorevolezza di un avvocato può avere gioco facile sul carattere più sensibile di un magistrato, o ancora la poca autorevolezza o il semplice fatto che un difensore non sia conosciuto dal giudice, o già bollato come ignorante, non faccia presa solo per questo motivo. Senza nulla togliere all’onestà intellettuale del giudice, queste variabili giocano, e giocano sporco e, alla fine, possono talvolta stravolgere la verità storica.
Un arbitro di calcio può determinare una vittoria con un errore e la vittoria rimarrà tale. Lo stesso può avvenire in un processo, dove a sbagliare possono essere ipoteticamente tutti gli interpreti del processo: dal testimone, all’avvocato, dal PM al giudice.
Ed è anche per questo che gli attori del processo dovrebbero essere tutti bravissimi, senza eccezione, non foss’altro che per pareggiare gli errori, le personalità in ballo, il grado di interpretazione di un fatto, l’applicazione logica di una norma. Senza questa ferrea regola ogni processo rimane abbandonato a variabili potenzialmente in grado di inventare verità inaudite.
Beninteso, il discorso riguarda i processi importanti, ma alla stessa maniera i processi di ogni giorno che riguardano la stragrande maggioranza delle persone, laddove manca anche il filtro appunto della gravità della situazione che può indurre ad affidarsi a interpreti raffinati e ineccepibilmente preparati. Anzi il discorso vale proprio per la giustizia quotidiana affidata, sempre più, perché ritenuta bagattellare, a interpreti di dubbio spessore culturale, frutto questo di scelte legislative avventate che hanno scavato fossati ormai incolmabili fra giustizia da prima pagina e giustizia quotidiana. Senza considerare che la fiducia nella giustizia, vero e unico pilastro di un sistema, si costruisce nelle aule di tutti i giorni, quelle che vedono in ballo i diritti delle persone qualunque, perché sono queste che alla fine bocciano un sistema, non certo i signori Eni, o Berlusconi o chissà chi altro personaggio che, la giustizia, potrebbero, in ipotesi, anche comprarsela.
Una giustizia autorevole perché un popolo si fida di lei è una meta da inseguire sempre, ma l’impressione, visti anche i processi che durano decine di anni, è che

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