Vaccino Johnson&Johnson: servirà una seconda dose?

Tra tutti i vaccini contro Covid-19, Ad26.COV2.S -sviluppato da Johnson&Johnson- è l’unico ad essere somministrato in singola dose. Un’unica iniezione che forse, in futuro, potrebbe necessitare di un richiamo. Al momento infatti non ci sono studi definitivi ma l’ultimo pubblicato al riguardo ha evidenziato una riduzione dell’efficacia contro la variante Delta. Riduzione che, secondo gli autori, potrebbe essere compensata da una seconda iniezione con un vaccino differente.

I vaccini a vettore virale

A differenza dei già noti vaccini a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna, il prodotto di Johnson&Johnson appartiene alla categoria dei vaccini a vettore virale. L’obiettivo comune di tutti i vaccini è far produrre al sistema immunitario gli anticorpi diretti contro la proteina spike del coronavirus. Ciò che cambia nel caso dei vettori virali è il metodo con cui ciò si verifica. Mentre per quelli a mRNA si inietta direttamente l’informazione, quelli a vettore virale contengono una porzione di DNA – che serve per far produrre la proteina spike – incapsulata all’interno di un adenovirus. Una volta iniettato all’interno del corpo, il virus – ovviamento reso innocuo – rilascia il materiale genetico utile a produrre la proteina.

Singola dore, questione di studio

Nei diversi studi che hanno portato all’approvazione del prodotto di Johnson&Johnson è stata testata la strategia sia a singola dose sia a doppia. Dalle analisi emerse nella fase II è risultato che non vi erano differenze significative nell’efficacia ed è per questa ragione che l’azienda ha proseguito l’iter di fase III a singola dose richiedendo poi l’approvazione del vaccino nella posologia di somministrazione attuale. Diverso è il discorso per Vaxzevria di AstraZeneca. In questo caso gli scienziati hanno notato una migliore risposta anticorpale nel tempo con la doppia dose. Ecco perché, pur essendo della stessa categoria, i due vaccini differiscono nella posologia.

Perdita di efficacia?

Secondo i dati che hanno portato all’approvazione del prodotto di Johnson&Johnson, il vaccino si è dimostrato efficace al 67% nell’evitare di sviluppare sintomi da Covid-19. Efficacia che sale all’85% nell’evitare le forme gravi della malattia. Efficacia che non sembrerebbe essere mantenuta in presenza della variante Delta, la forma predominante e molto contagiosa responsabile dell’innalzamento dei casi nell’ultimo periodo. econdo uno studio preliminare, il potere neutralizzante degli anticorpi generati dalla vaccinazione sarebbe ridotto significativamente in presenza della variante Delta. Un risultato da confermare sulla popolazione ma che è perfettamente in linea con quanto accade con il vaccino di AstraZeneca. In questo caso infatti, una sola dose di Vaxzevria, si è dimostrata efficacia solo al 33% nell’evitare lo sviluppo di sintomi da Covid-19. Ecco perché, aspettando dati più solidi e considerando comunque che la risposta immunitaria non è solo una questione di anticorpi, l’idea di sottoporsi ad un richiamo non è affatto campata per aria.

Mix and match con altri vaccini

Anche se al momento non esistono indicazioni, l’eventuale seconda dose potrebbe avvenire per mezzo della strategia mix and match, ovvero la combinazione di diversi vaccini tra prima e seconda dose. Già sperimentata anche in Italia con le seconde dosi a mRNA dopo la prima con AstraZeneca (nel caso JJ le modalità sarebbero le stesse, prima dose con vettore virale e seconda a mRNA), la risposta anticorpale generata sembrerebbe essere di gran lunga superiore rispetto allo schema classico con due dosi dello stesso prodotto.

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