Una volta si arrivava a fine mese. Oggi, forse, si arriva al 20

di Caterina Iannelli

C’è stato un periodo, probabilmente conservato negli archivi insieme alle cabine telefoniche e alle lire, in cui con cinquanta euro si usciva dal supermercato con delle buste. Oggi esci con una busta. E dentro ci sono sei cose, di cui una era in offerta. La spesa quotidiana è diventata una disciplina olimpica che richiede preparazione atletica, capacità matematiche e una conoscenza approfondita dei volantini promozionali.
Non si va più al supermercato.
Si pianifica un’incursione.
Prima si studiano le offerte. Poi si confrontano i prezzi al chilo. Infine si entra con la lista e la ferrea intenzione di non comprare nulla di superfluo.
Quarantacinque minuti dopo sei alla cassa con 87 euro di conto e non sai esattamente cosa sia successo.
Guardi il carrello.
Carta igienica, detersivo, latte, pasta, prosciutto, biscotti.
Niente caviale.
Niente champagne.
Nemmeno un’aragosta nascosta sotto le zucchine.
Eppure il POS ti guarda come se avessi appena acquistato una quota societaria del supermercato.
Benvenuti nell’economia contemporanea, quella in cui non diciamo più «quanto costa?», ma direttamente «quanto è aumentato?».
Perché ormai l’aumento non è un’eventualità.
È un’unità di misura.
Aumenta la benzina, aumenta il pane, aumenta il caffè, aumentano le assicurazioni, aumentano le bollette.
L’unica cosa dotata di una straordinaria stabilità emotiva rimane lo stipendio.
Lui no.
Lo stipendio è tradizionalista.
Non ama i cambiamenti.
Può succedere qualunque cosa nel mondo: inflazione, guerre, crisi energetiche, rivoluzioni tecnologiche.
Lo stipendio rimane lì, fedele a se stesso, come un faro nella tempesta.
Peccato che la tempesta costi il 30% in più.
Nel frattempo abbiamo sviluppato nuove capacità.
Conosciamo il prezzo medio dell’olio extravergine meglio del nostro gruppo sanguigno.
Sappiamo in quale distributore la benzina costa tre centesimi in meno, anche se per raggiungerlo dobbiamo consumarne quattro.
Abbiamo imparato che «formato convenienza» non significa necessariamente convenienza e che la scritta «Offerta» va osservata con la stessa prudenza con cui si legge un contratto assicurativo.
Poi ci sono i figli.
Creature meravigliose che hanno la straordinaria capacità di crescere esattamente sette minuti dopo che hai comprato loro le scarpe nuove.
Una famiglia entra in un negozio per acquistare due magliette a un bambino e ne esce valutando la possibilità di accendere un piccolo mutuo.
E naturalmente c’è la benzina.
Il prezzo della benzina possiede ormai l’andamento psicologico di una relazione tossica.
Scende di due centesimi e pensi:
«Vedi? Sta cambiando».
Il giorno dopo aumenta di otto.
Ma la vera rivoluzione degli ultimi anni è linguistica.
Abbiamo sostituito l’espressione «me lo posso permettere?» con:
«Vabbè, per una volta».
Il problema è che ormai tutto è “per una volta”.
Una pizza.
Un paio di scarpe.
Una cena fuori.
Un weekend.
Persino ordinare antipasto, primo e dolce nello stesso ristorante comincia ad avere il fascino decadente delle feste a Versailles.
E qui arriva il paradosso.
Non siamo diventati improvvisamente tutti poveri, né viviamo necessariamente peggio delle generazioni precedenti. Abbiamo più servizi, più tecnologia, più possibilità.
Ma abbiamo sviluppato una sensazione collettiva nuova: quella di lavorare, pagare, correre e ricominciare.
Lo stipendio arriva sul conto e non viene realmente posseduto.
Transita.
È praticamente un turista.
Fa una foto, saluta e riparte immediatamente verso mutuo, affitto, bollette, assicurazione, benzina, scuola, spesa e quella misteriosa voce bancaria che compare ogni tanto e che nessuno ricorda di aver autorizzato.
Così abbiamo trasformato il risparmio in una forma di creatività.
C’è chi cucina di più a casa, chi compra usato, chi confronta dieci siti prima di ordinare qualcosa e chi possiede ventisette carte fedeltà.
Altro che educazione finanziaria.
Noi italiani potremmo tenere un master su come utilizzare contemporaneamente un buono sconto, una raccolta punti e un’offerta 3×2 senza perdere la dignità.
Forse è proprio questo il punto.
Dietro le statistiche sull’inflazione ci sono persone che ogni giorno fanno piccoli calcoli invisibili.
Questo sì.
Quello magari il mese prossimo.
Questo serve.
Quello può aspettare.
Non sono numeri su un grafico.
Sono rinunce talmente piccole da non fare notizia, ma abbastanza frequenti da cambiare lentamente il modo in cui viviamo.
Per questo quando qualcuno dice che «l’inflazione sta rallentando» il cittadino medio non festeggia.
Guarda lo scontrino.
Perché c’è una differenza fondamentale tra economia e vita quotidiana.
La prima può dirti che i prezzi stanno aumentando meno velocemente.
La seconda ti ricorda che nel frattempo sono già aumentati.
E allora continuiamo a lavorare, fare conti, cercare offerte e pronunciare quella frase che ormai unisce intere generazioni:
«Ma com’è possibile che ho speso cento euro e non ho comprato niente?»
Forse un giorno gli storici studieranno questi anni e parleranno di inflazione, crisi energetica e trasformazioni economiche.
Noi potremo semplificare.
Erano gli anni in cui andare al supermercato con 50 euro era fare una passeggiata con del contante.