Un libro sul comodino. “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Un’occasioner per citare un grande scrittore, autore di molte opere

Diventa difficile decidere in quale rubrica inserire Sciascia: libri o Personaggi famosi. Grazie a uno dei suoi capolavori si coglierà l’occasione per scrivere delle sue opere, del suo pensiero politico e delle sue coraggiose prese di posizione. Di certo i suoi sono libri che non possono mancare nella libreria di casa.

Una presentazione a questo romanzo potrebbe risultare superflua considerano il successo raggiunto e il prestigio che gli è riconosciuto. “Il giorno della civetta” (1961) opera del siciliano Leonardo Sciascia, autore e drammaturgo, esperto d’arte e uomo politico, è un libro breve, essenziale e conciso che presenta in tutta la sua schiettezza la mafia. Probabilmente potremmo definirlo il primo e fra i più suggestivi romanzi sulle realtà mafiose in Italia, in questo particolare caso in Sicilia. Pubblicato nel 1961, fu il primo e vittorioso tentativo di portare all’attenzione della letteratura italiana la questione della criminalità organizzata, fenomeno già descritto e condannato da studiosi di fine Ottocento ma ignorato in larga parte dai primi governi della Prima Repubblica. Il rapporto fra politica e mafia è sempre apparso piuttosto ambiguo, spesso difficilmente delineabile proprio a causa dell’omertoso negazionismo che è linfa vitale dell’associazione mafiosa. Leonardo Sciascia col suo romanzo, ispirato a fatti e testimonianze reali dell’epoca, cercò non solo di assicurare visibilità alla piaga della mafia, ma di sollecitare l’opinione pubblica ad interessarsi a tale fenomeno. A rendere “Il giorno della civetta” un capolavoro della letteratura a tutti gli effetti non è soltanto la tematica ma anche la sapiente tecnica narrativa scelta dall’autore. Lo stesso Sciascia in una celebre prefazione ammette di aver passato molto tempo, nell’anno di gestazione del romanzo, a tagliare, sintetizzare e ridurre all’osso parti del testo. Questo processo è giustificato così dallo scrittore “… il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto […] a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece di scherzare, si vuole fare sul serio.” Un inciso del genere rende già l’idea del panorama culturale grazie al quale la mafia ha prosperato e prospera in Italia, ma chiarisce anche la ragione dello stile adottato da Sciascia, da considerarsi estremamente efficace ed impattante proprio per la sua semplicità.

La “pedina” messaci a disposizione dall’autore per immergerci nelle pieghe e nelle controversie della realtà mafiosa è il protagonista del racconto: il capitano dell’arma dei Carabinieri locale Bellodi. Il capitano, originario dell’emiliana Parma, si trova a dover affrontare un caso non particolarmente inconsueto per un paese dell’entroterra siciliano, di cui peraltro mai viene citato il nome. Una generalizzazione dell’autore che mira a sottolineare come tali avvenimenti non siano casi particolari e isolati, come alcune dinamiche si presentino e ripresentino a seguito di ogni delitto. L’asfissiante monotonia della cittadina messa sotto la custodia del capitano Bellodi è scossa dall’omicidio dell’imprenditore locale Salvatore Colasberna, ucciso all’alba da due colpi di lupara mentre era in procinto di salire sull’autobus. Il capitano ed i suoi collaboratori (peraltro non sempre d’accordo coi suoi metodi o il suo operato), nonostante la ritrosia generale del popolino a condividere particolari o indizi, riesce grazie ad alcune lettere anonime ad orientare verso la giusta via le indagini: si era trattato di un omicidio legato alla competizione di opere e appalti. Come la mafia, entità quasi mitica di cui nessuno o quasi sembra aver mai sentito parlare, fosse infiltrata e agisse in maniera parassitaria all’interno delle comunità siciliane il capitano Bellodi lo sapeva bene. Grazie anche ad un’altra scomparsa piuttosto sospetta di un tal Nicolosi, nonché alla capacità di cogliere ed interpretare i segnali della corruzione mafiosa (morale e materiale), gli “sbirri” guidati dal loro “bargello” riescono a districare una fitta rete di relazioni criminali che portano ad un cosiddetto “galantuomo” locale. La figura che sta dietro a questo prestigioso appellativo non è altro che un anziano capo mafioso, tale Don Mariano, le cui numerose e influenti conoscenze determineranno gli esiti delle indagini e del processo. In un finale dalle tinte amare si ritrova tutta la sconsolatezza, l’impotenza e le pessimistiche rassegnazioni che il capitano Bellodi riesce a trasmettere direttamente ai lettori. La bella e misteriosa Sicilia, definita “incredibile” dal capitano di fronte ad alcuni compatrioti parmigiani, non è altro che l’inquietante anticipazione e specchio di quella che è l’ “incredibile” Italia, sempre più contaminata dal germe parassitario della mafia. Il testo è pregno del significato e dei messaggi che l’autore ha voluto così comunicare al lettore, senza avvalersi di minuziose spiegazioni e lasciando che a parlare fosse l’uomo, le sue azioni e i simboli della modernità. Emblematica e riassuntiva della “missione” di Leonardo Sciascia è la sequenza descrittiva che, durante un’inconcludente e imbarazzante riunione parlamentare a Roma riguardante proprio il problema mafioso, dipinge il sorriso compiaciuto di un altro galantuomo, rasserenato da quella bolgia di ignoranza, omertà e non curanza.
“Il giorno della civetta” resta il romanzo più famoso di Leonardo Sciascia, tra i più importanti scrittori della seconda metà del Novecento. Il romanzo, ribadiamo, racconta la storia di alcuni omicidi commessi dalla mafia e della lotta del comandante dei Carabinieri Bellodi per scoprire la verità ed arrestare i colpevoli. Nel 1968 il regista Damiano Damiani ha tratto un film da questo romanzo. “Il giorno della civetta” è uno dei romanzi più importanti dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia e una fra le prime, se non la prima per eccellenza, grandi opere che ruotano attorno al delicato tema della mafia. L’autore impiega un anno per scriverlo; composto nel 1960, ma pubblicato l’anno successivo, nel 1961, in un’epoca in cui il problema della mafia non veniva minimamente affrontato, anzi, piuttosto si preferiva evitarlo, esso si ispira ad un fatto di cronaca nera avvenuto nel gennaio del 1947 a Sciacca, ossia l’omicidio di mafia di un sindacalista comunista, Accursio Miraglia.

Genesi e storia editoriale de Il giorno della civetta

L’ispirazione a fatti reali e di cronaca è un elemento tipico della scrittura di Sciascia. Il giorno della civetta esce per la prima volta nel 1960 sulla rivista «Mondo Nuovo» e l’anno successivo viene pubblicato in volume dalla casa editrice Einaudi. Molto curioso è il titolo del romanzo, a causa di quel riferimento alla civetta. Esso è tratto da un passo dell’Enrico VI di Shakespeare: «come la civetta / quando di giorno compare». Spiega Sciascia che il riferimento è al fatto che la mafia una volta agiva in segreto, era un animale notturno come la civetta, mentre oggi ha raggiunto ormai un potere talmente grande da poter agire alla luce del giorno: da qui il titolo Il giorno della civetta. La vicenda si svolge attorno agli anni ’60 (tale dato non è fornito direttamente dall’autore, tuttavia può essere dedotto facilmente in quanto si fa riferimento al governo di Palmiro Togliatti) nella provincia di Palermo, tuttavia Sciascia non ci dà ulteriori informazioni (nelle pagine iniziali del romanzo lo scrittore cita la contrada Fondachello, situata nei pressi di Santa Flavia e si leggono B. , S. , C. , ossia le iniziali dei paesini in cui si svolge la storia, ma tale scelta è giustificabile in quanto vuole generalizzare il problema e quindi per non circoscriverlo a un’unica area geografica.
Di questo romanzo breve sulla mafia, apparso per la prima volta nel 1961, ha scritto Leonardo Sciascia: «… ho impiegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto. Ma il risultato cui questo mio lavoro di ‘cavare’ voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio”.

La trama

Il romanzo Il giorno della civetta si apre con un omicidio: mentre sta per salire su un autobus pieno di persone viene ucciso Salvatore Colasberna, piccolo imprenditore locale che possiede un’impresa edile. Di fronte al cadavere, le persone sull’autobus spariscono velocemente, mentre l’autista e il bigliettaio si mostrano reticenti alle domande dei carabinieri. Il capitano Bellodi, proveniente da Parma, ha l’incarico di svolgere l’indagine, ma si sconta con l’omertà. Cerca di rompere il silenzio e l’indifferenza della gente, ma con pochi risultati. Il commissario Bellodi interroga i soci di Colasberna e, nonostante la reticenza di questi, riesce a capire che l’omicidio è legato al fatto che Colasberna con la sua impresa edile non si fosse adattato al sistema di potere della mafia. Nel frattempo al commissariato si presenta anche una donna, che denuncia la scomparsa del marito, Paolo Nicolosi, e riferisce a Bellodi il nome del probabile assassino del marito: Diego Marchica detto Zicchinetta. Nicolosi sarebbe stato ucciso da Zicchinetta perché aveva visto lo stesso Zicchinetta sparare a Colasberna. Zicchinetta è già conosciuto dai carabinieri, che lo considerano un sicario, ma che non hanno mai potuto arrestare per insufficienza di prove. Intanto, con uno spostamento della scena a Roma, assistiamo alla conversazione tra due politici, uno dei quali si lamenta dell’indagine che Bellodi sta portando avanti, rendendo chiaro che gli omicidi su cui il capitano sta investigando sono di natura mafiosa e che la politica non ha interesse nel trovare il colpevole e anzi preferirebbe che il caso venisse insabbiato. Bellodi nel frattempo interroga anche Calogero Dibella, soprannominato Parrinieddu, legato alla mafia, al quale riesce a carpire il nome di un possibile mandante degli omicidi di Nicolosi e Colasberna, che sarebbe un certo Rosario Pizzucco. Parrinieddu viene però ucciso a sua volta. Bellodi fa allora arrestare Pizzucco e il boss della mafia Mariano Arena, ma non riesce a mettere insieme prove sufficienti ad incastrarli ed è costretto a rilasciarli. Nei giorni successivi alcuni giornali fanno emergere la notizia di legami tra Mariano Arena e vari esponenti della politica, tra cui un ministro. Bellodi, scoraggiato, prende una licenza di un mese e torna a Parma, dove poco dopo viene a sapere che tutto il suo lavoro è stato distrutto da un alibi, sicuramente falso, trovato per Zinnichetta. In questo modo, scagionato l’autore materiale dei delitti, cadono anche le accuse verso i supposti mandanti, i mafiosi Pizzucco e Arena. Viene infatti negato il carattere mafioso degli omicidi, dal momento che per l’assassinio di Nicolosi è accusato l’amante della moglie.Nelle ultime pagine del libro il capitano Bellodi, nonostante la delusione, esprime la volontà di tornare in Sicilia e continuare a combattere contro i mali di quella terra. Emblematica una frase che mi è mista nella mente: «La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità».

Le opere di Leronardo Sciascia

Nel 1950 pubblica le “Favole della dittatura”, che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici, “favole esopiche” classiche, con morali chiare, di cui sono protagonisti animali. Venti di questi testi erano apparsi tra il 1950 e l’estate del 1951 su “La Prova” fondato a Palermo dal politico democristiano Giuseppe Alessi[4], periodico politico con il quale Sciascia inizia a collaborare fin dal primo numero firmando il 15 marzo 1950 il necrologio “Molto prima del 1984 è morto George Orwell”. Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco. Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio “Pirandello e il pirandellismo”. Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l’incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall’omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta. Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un’opera di Sciascia: «Ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante» (Lettera di Italo Calvino a Alberto Carocci, 8 ottobre 1954). Nel 1956 pubblica “Le parrocchie di Regalpetra”, una sintesi autobiografica dell’esistenza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.

Il periodo romano. Scrive racconti

Nell’anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della pubblica istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo “Gli zii di Sicilia”. La breve raccolta si apre con “La zia d’America”, un tentativo di dissacrare il mito americano dello “Zio Sam”, visto come dispensatore di doni e libertà. Il secondo racconto è intitolato “La morte di Stalin”, nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Il terzo racconto, “Il quarantotto”, è ambientato nel periodo del Risorgimento (tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell’unificazione del Regno d’Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l’autore vuole mettere in evidenza l’indifferenza e il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, “L’antimonio”, che ebbe favorevole consenso della critica e al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra civile in Spagna.

A Caltanissetta: i romanzi

Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico. Nel 1961 esce Il giorno della civetta col quale lo scrittore inaugura una nuova stagione del giallo italiano contemporaneo. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968. Gli anni Sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana. Nel 1963 pubblica Il consiglio d’Egitto, ambientato in una Palermo del ‘700 dove vive e agisce un abile falsario, l’abate Giuseppe Vella, che “inventa” un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.

Il ritorno al saggio

Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, Morte dell’Inquisitore, ambientato nel ‘600, che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano fra’ Diego La Matina, vittima del Tribunale dell’Inquisizione siciliana, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia. La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena “Il giorno della civetta”, con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia. Risale al 1965 il saggio “Feste religiose in Sicilia”, che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l’accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l’importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.

La commedia

Sempre nel 1965 esce la sua commedia “L’onorevole” che è un’impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.

Ritorno al romanzo

Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del “giallo” già utilizzate ne Il giorno della civetta. La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell’amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura e alla corruzione. Come commento alla tenacia nelle indagini del professore e alla sua tragica fine, l’explicit del libro si risolve in una frase lapidaria: «”Era un cretino.” disse don Luigi». Dal romanzo, il regista Elio Petri trae, nel 1967, il film omonimo.

A Palermo

Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere. Esce intanto per l’editore Mursia l’antologia Narratori di Sicilia, curata da Sciascia in collaborazione con Salvatore Guglielmino. Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il Corriere della Sera e pubblica Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, la controversia per la vendita di una partita di ceci per la quale il vescovado di Lipari non vuole pagare la tassa (siamo all’inizio del ‘700). Il vescovo aveva scomunicato i gabellieri, ma il re, mediante l’appello per abuso, aveva annullato la scomunica. La storia, apparentemente banale, in realtà denuncia i rapporti tra Stato-guida dell’ex Urss e gli Stati satelliti. Le iniziali A.D. identificano Alexander Dubček, che fu protagonista nel 1968 della Primavera di Praga.

La pensione

Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi “La corda pazza”, nella quale l’autore chiarisce la propria idea di “sicilitudine” e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Quest’opera riporta, già dal titolo, a Luigi Pirandello che nel suo libro “Berretto a sonagli” sostiene che ognuno di noi ha in testa “come tre corde d’orologio, quella “seria”, quella “civile”, quella “pazza””. Sciascia vuole indagare sulla “corda pazza” che, a suo parere, coglie le contraddizioni e le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi.

Il ritorno al genere poliziesco

Il 1971 è l’anno de Il contesto, con il quale l’autore ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno all’ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l’Italia contemporanea. Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare, ritirando così la candidatura del romanzo al premio Campiello. Dal romanzo venne ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976 e intitolato Cadaveri eccellenti. Con gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel del 1971, si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Così sarà ne I pugnalatori del 1976 e ne L’affaire Moro del 1978. Nel 1973 pubblica Il mare colore del vino e scrive la prefazione ad un’edizione della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, in cui scrive: “Più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, Manzoni alle responsabilità individuali”. Nel 1974 pubblica la prefazione ad una ristampa dei Dialoghi, dello scrittore greco Luciano di Samosata dal titolo Luciano e le fedi. Esce intanto Todo modo, un libro che parla “di cattolici che fanno politica” e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il racconto, di genere poliziesco, è ambientato in un eremo/albergo dove si effettuano esercizi spirituali. In questo luogo, durante il ritiro annuale di un gruppo di “potenti”, tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti. Anche da questo romanzo verrà tratto un film (Todo modo), diretto dal regista Elio Petri nel 1976.

Sciascia e la politica

Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno 1975 lo scrittore si candida come indipendente nelle liste del PCI; viene eletto con un forte numero di preferenze, ottenendo il secondo posto come numero di preferenze dopo Achille Occhetto, segretario regionale del partito, e davanti ad un altro illustre candidato, Renato Guttuso. Nello stesso anno pubblica La scomparsa di Majorana, un’indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni Trenta. Nel 1976 esce una ristampa delle commedie L’onorevole e Recitazione della controversia liparitana con l’aggiunta de I mafiosi. Nello stesso anno pubblica l’indagine I pugnalatori, un libro inchiesta su una vicenda avvenuta a Palermo nel 1862 che vide uccise a pugnalate 13 persone. All’inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del Partito Comunista Italiano. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portano infatti a scontri molto duri con la dirigenza del Partito[10].

L’inchiesta sulla strage di via Fani e l’arrivo in parlamento

Nel 1978 pubblica L’affaire Moro sul sequestro, il processo e l’omicidio nella cosiddetta “prigione del popolo” di Aldo Moro organizzato dalle Brigate Rosse. Nel giugno del 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali resta a Strasburgo solo due mesi e poi opta per Montecitorio, dove rimarrà deputato fino al 1983 occupandosi dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro (con una forte critica rivolta alla cosiddetta “linea della fermezza”, difatti Sciascia si era prodigato perché si trattasse con le Brigate Rosse per liberare Moro) e sul terrorismo in Italia. Da una parte si trova in lui il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica del potere costituito e dei suoi segreti inconfessabili. È inoltre membro della commissione agricoltura e della bicamerale antimafia. Si espresse anche contro la legislazione d’emergenza, che istituiva poteri speciali e inaspriva molte fattispecie di reato; egli era inoltre contrario al “pentitismo” (sia per il terrorismo sia per la mafia), in quanto premiava troppo un colpevole in cambio di rivelazioni che potevano essere fallaci, anche a danno di innocenti. Fu inoltre uno dei primi a ravvisare lati oscuri nel rapporto tra il terrorismo e lo Stato. A Sciascia venne attribuito lo slogan “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, per indicare la volontà di molti intellettuali di criticare duramente lo Stato senza per questo aderire al terrorismo rosso; in realtà egli non pronunciò mai questa frase. Nel marzo 1982 i parlamentari del Partito Radicale (tramite interrogazioni dei deputati Bonino, Rippa, Faccio, Boato e altri) e altri del PDUP (Famiano Crucianelli) e indipendenti (Stefano Rodotà), denunciano le torture inflitte ai brigatisti dalla polizia, principalmente durante il sequestro del generale James Lee Dozier; il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni, che poi ammetterà di avere autorizzato i “metodi duri” e dato il “via libera” alle squadre speciali guidate dal prefetto Umberto Improta e dai funzionari Fioriolli, Genova e Ciocia, critica pesantemente i deputati. Il 23 marzo 1982 Sciascia prende la parola alla Camera, ribattendo in maniera decisa al Ministro: «Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: “badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi!” Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora![17]»

I contatti con la cultura francese

In questi anni aumenta i suoi viaggi a Parigi e si intensificano i contatti con la cultura francese. Nel 1977 pubblica “Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia”, dove è chiaro il riferimento al “Candido” di Voltaire. Esce in quell’anno “Nero su Nero”, una raccolta di commenti ai fatti relativi al decennio precedente, “La Sicilia come metafora”, un’intervista di Marcelle Padovani e “Dalle parti degli infedeli”, lettere di persecuzione politica inviate negli anni cinquanta dalle alte gerarchie ecclesiastiche al vescovo Patti, con il quale inaugura la collana della casa editrice Sellerio intitolata “La memoria” che festeggia nel 1985 la centesima pubblicazione con le sue “Cronachette”. Nel 1980 pubblica “Il volto sulla maschera” e la traduzione di un’opera di Anatole France, “Il procuratore della Giudea”. Nel 1981 pubblica “Il teatro della memoria” e, in collaborazione con Davide Lajolo, “Conversazioni in una stanza chiusa”. Nel 1982 esce “Kermesse” e “La sentenza memorabile”, nel 1983 “Cruciverba”, una raccolta di suoi scritti già pubblicati su riviste, giornali e prefazioni a libri. Pubblica nel 1983 “Stendhal e la Sicilia”, un saggio per commemorare la nascita dello scrittore francese.

L’ultimo periodo di vita

In quegli stessi anni gli fu diagnosticato il mieloma multiplo. Sempre più spesso fu costretto a lasciare la Sicilia per Milano per curarsi ma continuò, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore. Nel 1985 pubblica “Cronachette” e “Occhio di capra”, una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani, e nel 1986 “La strega e il capitano”, un saggio per commemorare la nascita di Alessandro Manzoni. Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli “Porte aperte” del 1987, “Il cavaliere e la morte” del 1988 e “Una storia semplice”, ispirato al furto della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio, che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte. Il 25 giugno 1986 Sciascia scrive a Bettino Craxi, comunicandogli di aver votato per il PSI nelle elezioni regionali siciliane di quell’anno e invitando il leader socialista a favorire il ricambio della classe dirigente siciliana del partito. Nel 1987 cura una mostra molto suggestiva, all’interno della Mole Antonelliana a Torino, dal titolo “Ignoto a me stesso” (aprile-giugno). Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia e concesse in originale da importanti istituzioni di tutto il mondo. Si tratta di ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri, da Edgar Allan Poe a Rabindranath Tagore a Gorkij a Jorge Luis Borges. Il catalogo viene stampato da Bompiani e oltre il saggio di Sciascia “Il ritratto fotografico come entelechia” contiene 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. La chiave della mostra è forse la citazione di Antoine de Saint-Exupéry: «Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere. Scrivere è una conseguenza». Una delle sue ultime battaglie politiche fu in difesa di Enzo Tortora (suo amico di lungo corso, vittima di errore giudiziario e divenuto anch’egli un militante radicale) e il sostegno dato ad Adriano Sofri, accusato nel 1988 dell’omicidio Calabresi (Sciascia chiese anche che si facesse finalmente luce sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli del 1969). Pochi mesi prima di morire scrive “Alfabeto pirandelliano”, “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”, che verrà pubblicato postumo, e “Fatti diversi di storia letteraria e civile” edito da Sellerio.

La fine

Leonardo Sciascia, nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1921, morì in seguito a complicazioni della malattia che lo affliggeva (nefropatia da mieloma multiplo con insufficienza renale cronica, per cui si sottoponeva spesso a emodialisi), e chiese i funerali in Chiesa, per “non destare troppo scandalo” attorno alla famiglia a Racalmuto. Con lui nella sua bara la moglie e gli amici vollero mettere un crocifisso d’argento, simbolo che egli rispettava, pur non essendo un credente in senso stretto (ma nemmeno ateo: «Mi guidano la ragione, l’illuministico sentire dell’intelligenza, l’umano e cristiano sentimento della vita, la ricerca della verità e la lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni», scrisse. Al funerale viene ricordato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino. È sepolto nel cimitero di Racalmuto, suo paese natale; sulla lapide bianca una sola frase: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». (Epitaffio sulla tomba di Sciascia, la citazione è di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam. Il senso di una frase simile su una tomba è apparso poco “laico e agnostico” a molti, paventando una conversione religiosa di Sciascia, ma è stata vista anche come segno di speranza e di rimpianto. Su un manoscritto, conservato dalla famiglia, Sciascia scrive: «Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Villiers de l’Isle-Adam: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano».

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