Tumore al seno e mutazioni brca: olaparib riduce le recidive

Olaparib, utilizzato dopo l’intervento chirurgico di rimozione del tumore al seno, riduce sensibilmente le probabilità di recidiva nelle giovani donne con neoplasia HER2- e positive alle mutazioni nei geni BRCA. È questo il messaggio che emerge da uno studio tra i più importanti presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il principale appuntamento mondiale dedicato alla lotta al cancro. Una delle strategie più diffuse per ridurre il rischio di sviluppare recidive nel tumore al seno prevede la somministrazione, immediatamente dopo l’intervento, di una terapia adiuvante a base di chemioterapia e terapia ormonale. L’obbiettivo principale è quello di ridurre al minimo la possibilità che la malattia si ripresenti eliminando le potenziali cellule tumorali presenti in circolo. Questo approccio negli anni ha portato ad una netta riduzione nel numero di recidive. Ma i tumori al seno non sono affatto tutti uguali. Ognuno ha le proprie caratteristiche, sia a livello di espressione dei recettori sia a livello di mutazioni nei geni BRCA. Ad oggi si calcola che circa il 10% dei tumori al seno presentino questo tipo di mutazioni. Ed è proprio in questi casi che la malattia si presenta in forma aggressiva già in giovane età. Non solo, sono proprio questi tumori ad avere maggiori probabilità di recidiva. Partendo da queste evidenze la comunità scientifica ha da tempo investito nella ricerca di molecole in grado di agire in maniera specifica sulle cellule che presentano queste mutazioni. Una di queste è olaparib, molecola sviluppata in coppia da AstraZeneca e MSD. Lo studio di fase III OlympiA ha coinvolto 1.836 donne con carcinoma mammario precoce ad alto rischio di recidiva HER2- e con mutazioni nei geni BRCA1 o BRCA2, inclusa la il tumore triplo negativa. Donne, che prima del trattamento con olaparib, avevano già ricevuto una chemioterapia adiuvante o neoadiuvante standard, in seguito alla rimozione chirurgica del tumore. In seguito ai trattamenti standard, metà ha ricevuto olaparib per un anno, l’altra metà il placebo. Dalle analisi è emerso che a 3 anni dal trattamento la percentuale di donne in vita e libere dalla malattia è stata dell’85,9% per chi aveva ricevuto olaparib e del 77,1% per il placebo. Una differenza di ben 9 punti percentuali che rappresenta un risultato storico nel trattamento adiuvante del tumore al seno. Il risultato ottenuto apre ora la strada ad un possibile cambiamento nello standard di cura nelle donne con tumore al seno in stadio iniziale HER2- e con mutazioni in BRCA. Ma è proprio in virtù del fatto che olaparib agisce sulle mutazioni BRCA che per somministrare la terapia sarà necessario il test genetico volto alla ricerca dei “difetti” in quei geni. Test che nel prossimo futuro potrebbe diventare di routine per tutti i tumori del seno proprio per orientare al meglio le cure in base alle caratteristiche genetiche della malattia. Test genetici che negli ultimi anni hanno dimostrato essere sempre più utili per orientare le terapie ed evitare, ad esempio, di somministrare chemioterapie adiuvanti inutilmente. E’ questo il caso dei tumori del seno positivi ai recettori ormonali in stadio precoce e a rischio intermedio. Potendo analizzare il profilo molecolare attraverso un test genetico (Oncotype DX) è possibile evitare la chemioterapia in molti casi. Secondo uno recente studio italiano, l’utilizzo del test ha ridotto complessivamente del 36% il ricorso alla chemioterapia dopo un intervento chirurgico. “Un vantaggio -spiega Saverio Cinieri, presidente eletto AIOM- che non si traduce solo in un risparmio economico. Tutt’altro: poter evitare una chemioterapia inutile senza aumentare il rischio di recidiva del carcinoma significa evitare astenia, fenomeni di cardio tossicità, disturbi ormonali come infertilità e menopausa precoce, problemi cognitivi e neuropatie”.

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