Quando nel 1976 lo storico dell’economia Carlo M. Cipolla spedì a pochi amici un ironico pamphlet in inglese nessuno immaginava che quelle pagine avrebbero finito per descrivere, con lucidità profetica, i meccanismi più profondi delle relazioni umane. Pubblicato poi in Italia nel volumetto “Allegro ma non troppo” il saggio sulle cinque leggi fondamentali della stupidità umana continua a illuminare – e inquietare – quasi cinquant’ant’anni dopo, perché trasforma in categorie aritmetiche le nostre fragilità morali e sociali. Cipolla parte da una matrice a quattro quadranti che somiglia a un gioco dell’oca dell’animo umano. Da un lato gli intelligenti, capaci di creare vantaggi per sé e per gli altri; dall’altro gli sprovveduti, che si sacrificano a beneficio altrui; poi i banditi, per cui il guadagno personale passa sul danno altrui; infine gli stupidi, coloro che nuociono agli altri senza ricavarne nulla, anzi spesso danneggiando anche se stessi. Quest’ultima categoria è il motore oscuro della sua analisi: forse minoranza invisibile, ma sempre decisiva.
La prima legge afferma che sottovalutiamo costantemente il numero di stupidi in circolazione. Non è semplice pessimismo antropologico; è un richiamo a quella sorpresa quotidiana che tutti proviamo quando persone giudicate razionali si rivelano, di colpo, ostinatamente irragionevoli. Ogni stima, dunque, risulta per difetto: gli stupidi sono più di quanti crediamo e sbucano nei momenti meno opportuni, dal marciapiede urbano al consiglio di amministrazione.
La seconda legge rende la stupidità democratica e trasversale: etnia, classe sociale, reddito, istruzione non fanno filtro. Ciò che accomuna l’autista distratto di Times Square al cacciatore che si mette davanti alla freccia è la stessa, inesplicabile predisposizione a creare caos senza scopo. L’universalità del fenomeno rende impossibile qualsiasi profilazione preventiva: lo stupido può annidarsi ovunque.
La terza legge fornisce la definizione operativa: stupido è chi provoca danno al prossimo senza alcun ritorno personale, oppure auto-infliggendosi una perdita. In antitesi l’intelligente massimizza il beneficio collettivo assieme al proprio; l’inventore del microchip che diventa ricco migliorando la vita di miliardi. Ma se calcolare la razionalità del bandito è relativamente facile (gli basta l’oro) prevedere la logica del comportamento stupido è un esercizio impossibile: variabili infinite, esiti imprevedibili.
La quarta legge suona come un avvertimento: le persone non stupide sottovalutano di continuo il potere distruttivo degli stupidi. L’errore più costoso è allearsi con loro per sfruttarli: l’assenza di logica rende ogni piano impraticabile. Nella storia, ricorda Cipolla, imperi sono crollati, economie si sono sbriciolate e guerre sono scoppiate per aver ignorato questo monito.
Con la quinta legge arriviamo al vertice della piramide: lo stupido è la creatura più pericolosa che esista, più del bandito, perché mentre il bandito trasferisce ricchezza da una tasca all’altra secondo un calcolo (perverso ma razionale) lo stupido distrugge ricchezza generando un deficit netto per l’intero sistema. In una società governata da intelligenti la torta cresce e la distribuzione migliora; in una dominata dai banditi la torta non cresce ma almeno permane; dove prevalgono gli stupidi la torta si riduce fino a scomparire.
L’intuizione finale di Cipolla è tanto semplice quanto spietata: il declino di una civiltà inizia quando agli stupidi viene concesso di essere socialmente attivi. Nelle epoche d’oro – dalla Roma classica alle rivoluzioni scientifiche – gli intelligenti tenevano saldamente il timone, mentre banditi e sprovveduti restavano arginati.
Oggi, sostiene lo storico, l’equilibrio si è rotto: la rete amplifica voci irresponsabili e la società, anziché limitarle, assiste passiva. Non a caso Umberto Eco parlava di «legioni di imbecilli» improvvisamente dotate di megafono globale. Paradossalmente, conclude Cipolla, la stupidità è una forza elementare della natura umana, refrattaria a psicologia, sociologia o medicina. Riconoscerne la presenza endemica non basta: occorre tenerla costantemente in conto, come faremmo con la forza di gravità o con le epidemie. Solo così possiamo sperare di costruire se non un mondo ideale abitato da soli intelligenti almeno un ordinato compromesso in cui gli stupidi restino confinati sullo sfondo, impediti dal fare danni irreparabili.


