Souvenir

Varca la soglia della caffetteria come si attraversa un confine di seta; il brusio della strada sfuma e un aroma di arabica tostato lentamente avvolge l’aria, insinuandosi nei pensieri come un ricordo che torna, improvviso, dal tempo felice dell’infanzia. “Le souvenir d’un bon café”, a Potenza in via Seminario Maggiore, non è un semplice locale: è un diario scritto con nuvole di vapore e zucchero filato, chiosato dal sorriso inconfondibile della signora Rocchina, padrona di casa e custode di attimi preziosi. Il suo buongiorno non poggia soltanto sulle labbra: vibra nella voce calda, nello sguardo di madre antica che, dietro il bancone screziato di luce, raccoglie la memoria della città intera e la ridona, distillata, in una tazzina di porcellana.

Pur celebrando il rito del caffè – nerissimo, cremoso, rotondo come una notte d’estate – il tempio di Rocchina è famoso per i gelati, che prestigiose riviste di gastronomia hanno innalzato a paradigma di perfezione. Bastano pochi metri per capire perché: le vaschette scintillano come caveau di gemme commestibili e il freddo profuma di verbena e miele d’acacia. Ogni gusto è un capitolo di romanzo: il Bombardino, denso di zabaglione e brandy, riscalda il palato con lo stesso ardore di un caminetto acceso nell’ora del crepuscolo alpino; il Tuffo in costiera esplode in note di limone sfusato e cedro, rievocando il frangersi delle onde contro i faraglioni mentre la pelle brucia di sole; l’Aglianico, infine, scolpisce sulle papille la potenza austera del vitigno lucano, ricamando la sua forza tannica con carezze di cioccolato fondente.

Ma, tra queste meraviglie, esiste un segreto che la gente bisbiglia con l’emozione di chi custodisca una parola d’ordine: il Lucano. Nulla, nel menù, rivela la formula; nessun cartello ne descrive la trama. Solo Rocchina conosce la proporzione degli ingredienti, annotata – narra la leggenda – in un quaderno rilegato di cuoio e nascosto in un cassetto che si apre soltanto all’alba, quando il silenzio complice ancora regna sul borgo. Chi ha la ventura di assaggiarlo si trova proiettato in un sentiero sensoriale che sfuma i contorni del reale: il primo cucchiaio racconta boschi umidi di resina, il secondo svela sottoboschi di liquirizia e fichi secchi, il terzo accende, come fiaccole, il calore persistente di erbe officinali. Si dice che, durante quell’estasi, perfino l’orologio si arresti, incapace di misurare lo spessore di una delizia che appartiene a un tempo più lento, più vero.

Non c’è avventore – forestiero curioso o residente abitudinario – che non esca di qui portando con sé una scintilla di metamorfosi. La stanza pare dilatarsi a ogni sospiro di caffè macinato; le piccole poltroncine si fanno nidi di confidenze, mentre sui tavolini le tazzine si posano come farfalle. All’improvviso, nell’intervallo fra un cucchiaio e l’altro, ciascuno ritrova se stesso: lo studente con gli occhi su un manuale diventa poeta; l’avvocato col nodo della cravatta sbieco riscopre il coraggio d’un ragazzo; la coppia stanca, persa nei conti da pagare, si sfiora di nuovo le dita scoprendo che la tenerezza non è morta. Quando il giorno declina e la luce filtra dorata fra le persiane Rocchina spegne la macchina espresso con un sospiro lieve, come si chiude l’ultima pagina di un racconto. Fuori, il mondo riparte, invadente e rumoroso; dentro, resta la scia fragrante di nocciole caramellate e caffè, l’eco di risate che sanno di panna montata, il sospetto dolce che la felicità – quella autentica, inattesa – si presenti sempre in forme piccole, nelle mani inflessibili di chi, come la signora Rocchina, ha compreso che la più grande poesia è servire, con garbo, un gelato che scioglie il cuore e un caffè che sa di casa.