“Smart working” e pigrizia

Con l’arrivo del Covid-19 nel nostro Paese ci si è dovuti adattare a una nuova forma di impiego casalingo-lavorativo. All’inizio connotato da note piacevoli perché ognuno poteva lavorare comodamente da casa, oggi si colora sempre più di pigrizia e svogliatezza. Vestiti a metà, sopra in camicia e sotto in pigiama, lo Smart working ci costringe ad avere rapporti ogni giorno  più stretti con pc, tablet e smartphone. Tanto agognata la tranquillità di casa dopo una lunga settimana lavorativa, ora viene vista come una detenzione forzata dalla quale voler scappare: eppure è con la Legge numero 81 del 2017 che si parla di “Lavoro Agile” ossia del lavoro da remoto, lo Smart working ma è dal 2020 che ha avuto una crescita esponenziale dovuta all’emergenza sanitaria. Per quanto ci si convinca dei benefici e vantaggi del lavorare da remoto, come la comodità di alzarsi e lavorare direttamente da casa senza affrettarsi la mattina per correre in ufficio cercando di divincolarsi da semafori e traffico, avere quindi meno stress mentale, è innegabile però che il tutto ha un riverbero negativo sulla vita sociale di ognuno. Non più una chiacchierata, una pausa caffè o una  sigaretta in compagnia, non una riunione attorno a un tavolo ma solo virtuale davanti al computer. Tutto questo porta e continuerà a portare un grosso incremento di disturbi depressivi e affettivi. Più che mai risuona l’antica legge dantesca del “contrappasso”: tanto si è voluta la comodità e  tanto se n’è avuta, a discapito, però, degli intenti di certo non pigri!  

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