Si poteva fare di più

La politica non conosce l’autocritica. La massima espressione di autocritica è l’ormai pluridecorata “si poteva fare di più, certo, ma…”, con la quale si sottolinea un facere positivo, semmai migliorabile solo per amore della perfezione e non perché effettivamente si poteva fare di più, ché, tale pensiero, è espressamente negato.

A fronte di una accusa, circostanziata, provata, conclamata, la politica, se al governo, reagisce con un’elencazione delle più banali attività fatte, fino al parossistico “abbiamo pagato gli stipendi”, con una pennellata sulle presunte eccellenze (tali sono quelle attività semplicemente di base sindacale, perché fare il proprio dovere fa ancora notizia), e una sviolinata al tal ufficio messosi in evidenza per un presumibilmente occasionale adempimento puntuale.

Il politico, nell’80 % dei casi, non sa quello che è chiamato a fare. Lo interpreta come una vacanza pagata, un bagno di folla, di scappellamenti e di inchini, come la possibilità di usufruire di qualche privilegio, tanto ci sono i dirigenti.

Questi se li portano per mano mostrando loro i vari giochi, le giostre, i pericoli, le cose da fare e da non fare. Il dirigente, però, avverte subito quando un politico sa quello che deve fare e scatta sull’attenti, tentando metodi più subdolamente persuasivi.

L’estemporaneità delle “trovate” dei politici amministratori rasenta spesso la stupidità, perché sempre disancorata da un progetto che abbia un senso e una finalità.

Ma il problema più grave è che i politici non sanno la verità, e cioè che sono inadeguati, incapaci e lì per caso; certo, un caso malevolo con i cittadini, ma fino a un certo punto. Alla fine i politici sono la scelta dei cittadini e quindi ciccia. A questo punto o si inibisce a tutti i cittadini di fare scelte scellerate, negandogli il voto, per esempio dopo tre scelte sbagliate, grossolane e dannose, o tanto vale fare tutti, a turno, gli amministratori. In questo caso è garantito che fisiologicamente uno che ne capisce ogni dieci pure capita.

Che sia messo a verbale.

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Luciano Petrullo
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