Rassegnazione e non voto

Più che ostile alla politica dei nostri giorni, stante il suo basso livello medio, mi sento rassegnato, nel senso di lontano, indifferente. Ho la giusta consapevolezza che, come diceva De Andrè, non esistano poteri buoni e che la supposta pretesa di cambiare il mondo, salvo rendersi improvvisamente conto, il dì dopo le elezioni, che, casomai lo si cambierà alle prossime, della politica, esaurisca il suo obiettivo nell’annuncio.

Rassegnato della politica, non ho intenzione di partecipare al teatro delle elezioni. Il giorno del voto leggerò Chiaromonte, quello lucano, e Pasolini, entrambi, pare, per nulla illusi del potere terapeutico, sulla società, della politica.

Anzi. La politica andrebbe guardata come fenomeno sociale proprio di chi, egoisticamente, non sa offrire altro, alla società, che la sua incapacità, meglio spalmabile in un contesto generale come è appunto la politica, che in un ambito più ristretto o specialistico.

Il politico, si sa, si occupa di tutto senza sapere nulla, di tutto. Sapesse qualcosa, perderebbe il tempo dietro a questo qualcosa, garantendo alla società un apporto più utile e interessante. Ma se davvero non sai, beh, allora cosa meglio della politica dove affronterai colleghi al pari ignoranti, disposti a occuparsi, col cipiglio del competente, di tutto?

Diverso sarebbe se di politica si interessassero quelli che hanno la vocazione.

Ma esiste la vocazione per la politica?

Spesso la si confonde con la vocazione per il potere. E il potere è davvero l’unica cosa che, in Italia, è abbordabile senza avere competenza, conoscenza, esperienza o talento alcuno.

O almeno la politica che ho vissuto io, diciamo da una trentina d’anni a venire.

Tu prendi, per esempio, un autentico caprone a scuola, e non meravigliarti se un giorno amministrerà la tua città, o un ente importante o quello che ti viene in testa.

Non è buono a fare il medico, l’ingegnere o l’avvocato? Bene, provasse a fare politica, chè, uno stipendio o gettone, lo garantisce sempre.

Poi, dal momento che per imporsi in politica occorrono i voti, ecco che vien fuori l’unica specializzazione dei nostri eroi, e cioè imbrogliare, promettere, deviare i meccanismi della democrazia, corrompendo, modificando il giusto esito dei concorsi e portando avanti i veri colleghi: cioè gli ugualmente avventurieri ignoranti.

Sì, d’accordo, salviamo le eccezioni, quelle due o tre rimaste, ormai.

Prima la politica era un’arte, una passione. Infatti un sindaco non era pagato e un assessore nemmeno. Facile quindi che i nulla facenti se ne guardassero bene dall’abbracciarla. Ora va bene per tutti. Ovvio.

Perché la politica è ormai merce per chi non ha un lavoro o per chi deve arrotondare lo stipendio.

Che tempi.

Sì, rassegnato, dicevo, nel senso di totalmente indifferente. Quindi non voterò. Non me ne importa un fico secco di quale imbonitore dovrà governare la mia vita. Tanto si tratterà di quella che si mostra. La vera vita, quella dello spirito, della mente e del cuore, rimane la mia e nessuno potrà mai governarla.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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