Questione meridionale e brigantaggio “in pillole”

«Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale» (Giustino Fortunato).

«Insomma, l’Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno. In moltissimi comuni ben più della metà della popolazione non mangiava mai pane di grano, e «i contadini vivevano lavorando come bruti», poi che «il sostentamento di ognun di loro costava meno del mantenimento di un asino»: questo ha lasciato scritto Ludovico Bianchini, uno dei ministri di Ferdinando II. (Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, vol. II, Giustino Fortunato, pag. 340).
Per interpretare correttamente la situazione economica e sociale, bisogna considerare che il Regno non era una realtà uniforme al proprio interno, e che anzi le differenze regionali erano più marcate di quelle dell’Italia moderna. In generale, la ricchezza aumentava dall’entroterra alle coste, e dalle campagne alla città. Napoli, con ben 450.000 abitanti, era in assoluto tra le prime città d’Europa per popolazione. La sua provincia (forte anche delle rendite del governo e della corte) poteva competere con le province più sviluppate del nordovest mentre esistevano aree estremamente povere, come l’entroterra calabrese, siciliano e lucano. Secondo Giustino Fortunato tale stato di profonda differenza tra la città di Napoli e le province povere del regno avrebbe influito sulle vicende risorgimentali nel sud:«Se le province, e non la capitale, precedettero, ne’ pochi moti insurrezionali, lo sbarco di Garibaldi a Reggio di Calabria, forse non poco vi contribuì un ascoso senso di avversione contro l’eccessiva enorme preponderanza della città di Napoli, fatta troppo grande, se non ricca, a prezzo d’un piccolo e troppo misero oscuro Regno…».

La Sicilia costituiva un caso a parte: la fine dei moti del ’48 ne aveva ristabilito la riunificazione con il resto della penisola, tuttavia l’indipendentismo continuava a essere forte e sarebbe stato determinante nel sostegno allo sbarco garibaldino.

La situazione dell’Italia preunitaria era, in genere, svantaggiata rispetto a quella degli altri Stati dell’Europa occidentale e decisamente povera rispetto agli standard attuali. In un paese relativamente sovrappopolato e povero di materie prime, l’economia era profondamente basata sull’agricoltura. Dei 22 milioni di abitanti registrati dal censimento del 1861, 8 erano occupati nell’agricoltura, contro i 3 occupati nell’industria e nell’artigianato. Oltretutto, di questi l’80% circa erano donne occupate solo stagionalmente. Secondo la visione tradizionale, il livello di produttività delle differenti regioni era però radicalmente diverso, sia per cause naturali sia per le tecniche adottate. La natura del territorio meridionale riduce la disponibilità e la regolarità delle acque riducendo le possibilità di coltivazione. Il secolare disboscamento e la mancanza di investimenti per la cura del territorio e la canalizzazione facilitavano l’erosione e il permanere di paludi anche molto estese, come quelle Pontine o del Fucino. In diverse zone le malattie infettive portate dalle zanzare anofele spingevano le popolazioni a ritirarsi sulle colline.

Mack Smith ritiene che nel Regno delle due Sicilie il metodo di coltivazione era basato sul sistema feudale: latifondi coltivati da braccianti producevano grano per il solo autoconsumo. Gli aristocratici che li possedevano non vivevano nei loro possedimenti e trovavano disdicevole occuparsi della loro gestione. Di conseguenza non avevano interesse a investire nel migliorare le tecniche produttive o in colture più redditizie come l’ulivo o i frutteti, che potevano diventare produttivi anche dopo una decina di anni, preferendo la coltivazione annuale del grano, anche su terreni inadatti: nel 1851 Nassau Senior notava come in Sicilia la produzione per ettaro fosse invariata fin dai tempi di Cicerone. I prezzi risultanti erano alti, e assieme alle barriere doganali scoraggiavano il commercio.
La vita dei braccianti, secondo Mack Smith, era ben misera: la malaria, i briganti e la mancanza d’acqua costringevano le popolazioni ad ammassarsi in villaggi che distavano anche una ventina di chilometri dalle zone in cui esse lavoravano. L’analfabetismo era pressoché completo, e ancora nel 1861 esistevano luoghi in cui l’affitto, le decime al parroco, la “protezione” dei campieri venivano pagati in natura. La disoccupazione era diffusa, tanto che osservatori dell’epoca riportarono come un contadino del Sud guadagnasse la metà di un suo equivalente del Nord[19] nonostante i salari fossero paragonabili. L’agricoltura era spesso insufficiente, lo stesso storico borbonico Giacinto de’ Sivo cita espressamente che “Per iscarsi raccolti mancava il grano ..[ ].. però il governo si avvisò di comprar grani all’estero e venderlo con perdita e qui e in Sicilia.”[20]

Reddito agricolo 1855-60

La insufficiente produzione agricola era causata anche dal regime doganale che vietava di esportare il grano prodotto nel regno, pertanto la produzione era per autoconsumo ed una maggiore produzione del 5% determinava una diminuzione del prezzo, mentre, al contrario una insufficiente produzione del 10-15% faceva lievitare i prezzi al notevole rialzo, che invano il calmiere tentava di evitare, provocando la carestia descritta in precedenza dal De Sivo, inoltre a tale situazione di scarsi raccolti contribuiva anche la manomorta ed altri vincoli alle coltivazioni. Inoltre nel 1861 con una popolazione pari al 38% del Regno d’Italia (inclusi Lazio, Veneto Friuli), l’ex Regno delle Due Sicilie aveva un reddito agricolo medio del 30,6% come da tabella a lato. La situazione era aggravata dal fatto che il consumo pro-capite di prodotti cerealicoli era maggiore nel sud rispetto al nord ed al centro, fatto che indica la relativa depressione delle regioni meridionali, situazione persistente ancora nel 1960. Al contrario il nordest del paese avrebbe almeno in parte recepito le tecniche della rivoluzione agricola del nord Europa, introdotte nel corso delle campagne napoleoniche. L’agricoltura era praticata da fattori nel Nord e da mezzadri in Toscana, e alimentata dai capitali delle città, che agivano come centri finanziari. La legislazione delle acque era più avanzata e l’intensa canalizzazione permetteva la cultura intensiva del riso, che poteva essere esportato.

Brigantaggio

Il nuovo governo disattese le aspettative sia dei repubblicani sia di alcuni moderati che pure avevano favorito l’unità, ma che auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati spazi politici nella gestione del paese, il controllo dell’ordine pubblico divenne sempre più problematico. Molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria, ma le loro aspettative andarono deluse. Secondo Tommaso Pedio, la rapida trasformazione politica conseguita nel Mezzogiorno, suscitò ovunque risentimenti e malcontenti non solo da parte del popolo e della vecchia classe borbonica ma anche dei borghesi e dei liberali, i quali pretesero di mantenere privilegi e incarichi remunerativi dal neogoverno. Il ceto borghese, fedele alla corona borbonica prima del 1860, appoggiò la causa unitaria soltanto allo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Il nuovo stato Italiano decise così di privilegiare i liberali per paura di inimicarseli e per servirsi dei loro maggiori esponenti contro le aspirazioni delle frange radicali, trascurando i bisogni delle classi popolari, alle quali, secondo Pedìo, sarebbe bastato il riconoscimento e la quotizzazione delle terre demaniali.
La questione demaniale non fu risolta, per Pedìo, non solo a causa della noncuranza del regio governo ma anche dell’opposizione della classe liberale, poiché avrebbe rischiato di perdere il sostegno dei ricchi possidenti, i quali interessi ne sarebbero usciti danneggiati. Il basso popolo, unica voce non ascoltata, oppresso dalla fame, sconvolto dall’aumento delle tasse e dei prezzi sui beni primari, costretto alla leva obbligatoria, iniziò a rivoltarsi, sviluppando un profondo rancore verso il nuovo regime e soprattutto verso gli strati sociali che si avvantaggiarono degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, impieghi e nuovi guadagni.
Nacquero bande di briganti (molte di esse già nel periodo di Garibaldi a Napoli), a cui aderirono non solo braccianti disperati ma anche ex soldati borbonici, ex garibaldini e banditi comuni. Il governo delle Due Sicilie in esilio colse l’occasione di poter tentare una reazione per riprendersi il trono, facendo leva sulla disperazione e sull’astio popolare contro il nuovo ordine. Il popolo disperato ascoltò le parole del vecchio regime e si lasciò suggestionare dalle sue proposte e, nella speranza di poter ottenere benefici, appoggiò la causa di una restaurazione borbonica
Molti scontri si erano già verificati in varie parti del meridione fin dalla fine del 1860, particolarmente aspri intorno alla cittadella borbonica di Civitella del Tronto, espugnata nel 1861 dal generale ex borbonico Luigi Mezzacapo. In aprile scoppiò una rivolta popolare in Basilicata. Nel corso dell’estate, in molte province dell’interno bande di briganti, formate in gran parte da contadini, ex soldati borbonici, diedero vita a forme di guerriglia violentissima, impegnando le forze del nuovo regno d’Italia e battendole ripetutamente. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Per combattere i briganti e insorti il Governo approvò la legge Pica e rispose anche ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l’incendio di interi paesi. Il luogotenente di Napoli, Gustavo Ponza di San Martino, che aveva tentato nei mesi precedenti una pacificazione, venne sostituito dal generale Enrico Cialdini, che ricevette dal governo centrale pieni poteri per fronteggiare la situazione e reprimere la rivolta.
Il fenomeno assunse, secondo alcuni studiosi, i connotati di una vera e propria guerra civile, che costrinse lo stato italiano ad impiegare circa 120.000 soldati per reprimere la ribellione nelle provincie meridionali. Fu combattuta con ferocia da entrambe le parti e di cui fece le maggiori spese come sempre la popolazione civile: una triste situazione che si ripeté continuamente per tutta la durata della guerra civile era il saccheggio di un paese da parte delle bande di ribelli, seguito dall’intervento dell’esercito alla ricerca di collaborazionisti, che comportava sistematicamente un secondo saccheggio, la distruzione degli edifici che venivano dati alle fiamme, esecuzioni sommarie e spesso la dispersione dei sopravvissuti. D’altra parte resta il grosso problema del brigantaggio, cosiddetto legittimista, che è stato praticamente inesistente nella parte centro-settentrionale della penisola italiana, annessa anche con la forza delle armi come per il meridione, fatto che Massimo D’Azeglio aveva già rilevato nel 1861 e che poneva l’esistenza di un divario culturale nei confronti dello stato italiano.
«[…] io non so nulla di suffragio, so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari». Massimo d’Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399-400.

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