Quando il potere cancella l’umano

La storia ci ha insegnato cosa accade quando l’ideologia si sostituisce all’etica, quando la potenza ignora il diritto, quando i popoli diventano bersagli e non più esseri umani. Su questo crinale sottile tra civiltà e barbarie l’umanità cammina ancora oggi, come se le cicatrici del Novecento fossero altrui. Le bandiere mutano, gli slogan si aggiornano, ma il meccanismo è sempre lo stesso: prima si semina la paura, poi la paura divora la compassione e, infine, l’altro svanisce dalla nostra vista collettiva. Così bombardare una città, affondare un barcone o affamare un villaggio diventa un atto contabile: una voce di bilancio, una riga di codice, un clic che chiude la finestra del dolore.

Il «mai più» scolpito nelle carte delle Nazioni Unite nel 1945 non ha retto all’urto della distrazione globale. L’odio ora corre sui cavi di fibra e contagia in tempo reale piazze, social network e parlamenti. Quando l’algoritmo premia il grido più feroce, la complessità muore e con essa l’etica della convivenza. Così la Siria diventa laboratorio di armi proibite, il Mediterraneo un cimitero liquido, Gaza un calcolo geopolitico e il Darfur un file archiviato nella cartella “emergenze passate”.

Domina la convinzione che il potere sia un gioco a somma zero: per vincere devo cancellarti. È l’economia della sopraffazione, un conto corrente alimentato da risorse naturali, da corpi e da memorie ferite. Ma non esistono muri capaci di fermare a lungo ciò che abbiamo scelto di non vedere: la fame attraversa le frontiere, il riscaldamento globale non timbra passaporti, la guerra si riversa in esodi che bussano alle nostre porte. Illudersi che la violenza resti confinata “altrove” è come sigillare crepe con la carta velina.

Laddove governi autoritari trasformano la giustizia in un rituale di intimidazione e la libertà di stampa è compressa fra querele‑bavaglio, algoritmi di censura e pallottole risuona un monito: il diritto non è un optional, è la condizione stessa della sicurezza collettiva. Senza regole condivise perfino il più forte diventa vulnerabile, perché il caos non fa prigionieri selettivi.

Che fare? Primo, ritrovare la grammatica dell’empatia: dare nome e volto a chi viene ridotto a statistica. Secondo, pretendere dagli organismi sovranazionali il coraggio di sanzioni vere, non mozioni di circostanza. Terzo, costruire cittadinanza planetaria fin dai banchi di scuola, insegnando a smascherare le narrazioni che dipingono l’altro come minaccia esistenziale. Infine, praticare la disobbedienza morale: scegliere la legalità quando il potere devìa e la solidarietà quando l’indifferenza sembra più comoda.

Un tempo si diceva che la democrazia fosse fragile; oggi scopriamo che è fragile persino la nostra percezione della realtà. Eppure, se la menzogna corre più veloce della luce, la verità ha un vantaggio decisivo: conosce la strada di casa. Parlare, protestare, votare, proteggere, soccorrere - gesti minuti ma potentissimi - sono i mattoni con cui riparare la diga dell’etica globale. Solo allora potremo dire, senza retorica, di aver finalmente imparato la lezione che la storia continua a ripeterci a voce sempre più alta.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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