Quando il mondo finisce in mano agli “scappati di casa”

C’è un punto in cui la politica smette di essere confronto tra interessi, visioni e alleanze e diventa invece esercizio sistematico della sopraffazione. Donald Trump rappresenta oggi quel punto. Non perché sia soltanto un leader di destra, né perché incarni una linea conservatrice particolarmente dura. Il problema è più grave: Trump ha trasformato la forza in metodo, l’umiliazione in linguaggio e la punizione collettiva in strumento normale di governo. Nel rapporto con Cuba questa logica appare in modo brutale.

Nel 2025 Trump ha prima revocato la decisione di rimuovere Cuba dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo, poi ha ripristinato restrizioni finanziarie su entità cubane e, il 30 giugno 2025, ha firmato un memorandum per irrigidire ulteriormente la politica americana verso l’isola, riaffermando l’embargo e stringendo i controlli su viaggi e transazioni. Nel gennaio 2026 la Casa Bianca ha inoltre rivendicato nuove misure restrittive verso il governo cubano e limitazioni ai cittadini cubani. Non si tratta dunque di un’eredità lasciata andare avanti per inerzia: si tratta di una scelta politica precisa, ribadita e aggravata.

Chi vuole difendere questa linea la presenta come fermezza. In realtà è crudeltà amministrata dall’alto. Un embargo tanto vasto e prolungato non colpisce in primo luogo i vertici del potere: colpisce la società, la vita quotidiana, l’economia reale, la possibilità di curarsi, approvvigionarsi, lavorare, respirare. Il Dipartimento di Stato americano continua a definire quello contro Cuba un embargo “comprensivo”, cioè esteso all’intero quadro economico, commerciale e finanziario. Quando un sistema di sanzioni dura decenni e viene persino rafforzato in una fase di grave difficoltà sociale non è più una leva diplomatica: è una forma di accanimento politico contro un popolo.

È qui che Trump diventa qualcosa di più di un presidente aggressivo. Diventa un simbolo mondiale della degenerazione politica contemporanea. Perché la sua cifra non è soltanto la decisione dura, ma la soddisfazione esibita nell’essere duro. Anche oggi, 7 marzo 2026, Reuters riferisce che Trump ha parlato di Cuba come di un Paese “alla fine della linea”, vantandosi del fatto che l’Avana starebbe cercando un accordo con lui e con Marco Rubio. È un lessico di dominio, non di diplomazia; di schiacciamento, non di equilibrio. Nello stesso giorno Reuters descrive anche il suo approccio verso l’America Latina come marcatamente militarizzato e sprezzante. Non è il linguaggio di chi vuole stabilità: è il linguaggio di chi vuole obbedienza.

Il mondo, intanto, dice altro. Il 29 ottobre 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ancora una volta, con una maggioranza schiacciante, la risoluzione che chiede la fine dell’embargo statunitense contro Cuba: 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni. Anche Paesi tradizionalmente prudenti hanno ribadito che l’embargo ostacola commercio, investimenti e sviluppo. Trump, però, si colloca deliberatamente contro questo orientamento quasi unanime della comunità internazionale. Non cerca una soluzione condivisa: cerca di mostrare che la forza americana può ignorare il diritto, il consenso e perfino l’evidenza umanitaria. Per questo Trump è, politicamente e moralmente, una delle peggiori espressioni del nostro tempo. Non solo per ciò che decide, ma per ciò che legittima. Legittima l’idea che si possa affamare una società per piegarla. Legittima l’idea che la sofferenza civile sia un dettaglio collaterale. Legittima l’idea che l’arroganza sia leadership. E quando un capo di Stato trasforma la punizione dei deboli in prova di forza, non sta difendendo l’ordine: sta insegnando al mondo che la disumanità può essere governo.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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