di Caterina Iannelli
Una ragazza di 17 anni si è tolta la vita. Diciassette anni. Un’età in cui si dovrebbe iniziare a vivere, non smettere. Ogni volta che accade, ci affrettiamo a dire “che tragedia”, “che peccato”, “che dolore”. Ma la verità è un’altra, più scomoda, più bruciante: questa morte pesa sulle nostre coscienze. Perché nessuno muore davvero da solo.
Perché quando una giovane sceglie di farla finita, significa che intorno a lei il mondo non ha visto, non ha ascoltato, non ha capito. Significa che l’abbiamo lasciata cadere.
Viviamo in una società che applaude la forza e deride le fragilità. Che riempie i social di frasi motivazionali ma poi, nella realtà, si gira dall’altra parte. Sappiamo parlare di tutto, tranne del dolore. Sappiamo guardare tutto, tranne le lacrime degli altri.
E allora non stupiamoci più. Non chiediamoci perché. Perché se una ragazza di 17 anni si uccide è anche a causa della nostra indifferenza. Perché noi adulti, compagni, amici, genitori, insegnanti, passanti .Tutti. Abbiamo smesso di accorgerci di chi sta in silenzio, di chi arretra, di chi non ce la fa.
Abbiamo smesso di guardare negli occhi. Ogni volta che una giovane vita si spegne così, moriamo anche noi. Muore la società che avremmo dovuto essere. Muore la responsabilità che non abbiamo avuto il coraggio di prenderci. Muore la possibilità di salvarla, che avevamo, e che non abbiamo colto.
Perché forse ha mandato segnali, forse ha cercato una mano. E noi eravamo troppo occupati, troppo distratti, troppo tutto, tranne che presenti. Questa morte non è solo un fatto di cronaca: è un’accusa. Una condanna morale. Un dito puntato contro un tempo che parla di inclusione ma lascia indietro i suoi figli più fragili.
Se una ragazza di 17 anni arriva a scegliere il suicidio, l’errore è nostro. Di tutti. Di una comunità che non ha imparato ad ascoltare il dolore. Di un mondo che vede ma non guarda. Di noi, che ci ricordiamo di essere umani solo quando è troppo tardi.
Adesso resterà una famiglia distrutta, un banco vuoto, una stanza silenziosa. E noi continueremo a dirci che bisogna fare qualcosa. Ma dovremmo finalmente capire che quel qualcosa era parlare prima, guardare prima, abbracciare prima. Con la morte di questa ragazza non è scomparsa solo una vita.
È morto un pezzo della nostra coscienza. E, che ci piaccia o no, abbiamo sangue sulle mani.


