Potenza. La parata dei turchi nel tempo (3ª parte)

Di partiolare interesse è quanto riportato da Raffaele Riviello nel suo libro: “Costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino”. Potenza, tipografice editrice Garramone e Marchesiello, 1893.

[…] Qui e là si stava ammuinare (affaccendati) a vestire i Turchi, che poi si ragunavano innanzi la Chiesa di S. Gerardo (Duomo) per fare il giro, con la Nave o col Carro, intorno la città. La sfilata dei Turchi era, ed è la parte più originale, brillante e fantastica della festa popolare; quantunque abbia subito parecchie ritoccature di novità e di progresso.  Ogni turco cercava, a modo suo, d’imitare nella foggia e negli ornamenti il tipo tradizionale, e credeva di raggiungere l’intento, mettendosi addosso quanto avesse avuto di meglio ia vesti, oro, nocche e fettucce; e calvaccando per lo più un mulo, parato di gualdrappa, fiocchi e campanelli. Quindi gonne bianche, mutande per calzoni, fascittelle rosse, ciarpe colorate ai fianchi, turbanti o cimieri di cartone dorato con svolazzi di piume e gala di nastri pendenti, nocche sulle braccia, grossi orecchini alla turca, sul petto una mezza bacheca di orefice, cioè: collane, stelle, spingole, (spille) ed altri oggetti d’oro. Un tipo di turco alquanto strano per goffaggine e gingilli! Erano contadini robusti, di faccia abbronzata, che facevano questa figura, stando a cavallo , come impalati, con le gambe tese, una mano all’anca e nell’ altra lo spadone diritto. Non movevano ciglio o labbro, quantunque nel passaggio la gente solese bersagliarli con frizzi pungenti e con clamorose risate. Da qui trasse origine il motto; mi pare nu turc’ per indicare chi va a cavallo, a testa alta e teso, o sta burbero in conversazione senza dir parola. Oggi sono ragazzini graziosi che si vestono da turchi, e le mamme nulla trascurano per farli parere più belli, li accompagnano vigili e premurose, e ne godono, quando la gente ne ammira l’acconciatura e la bellezza. Quante carezze, affinchè portino la sciabla diritta e non facciano la cascaggine! Anche la nave non è più la barca, o tartana a vela latina; ma si è mutata in bastimento col fumaiuolo a vapore, e con boccaporti e cannoni a pittura, facendo i bracciali da marinai, e ripetendo ad ogni strambotto il capo Paranza in aria di buffone: Allereament’, allereament’Mo s’abbia (s’avvia) lu bastiment’… La sfilata è divenuta più ricca di valletti e di scudieri, ciascuno dei quali, fumando il suo sigaro alla smargiassa, porta in una mano la torcia a vent’, e con l’altra agita li sonaiglire del mulo per trarre dal maggior frastuono una più spiccata nota di festa e di allegrezza. Il Gran turco, con la barba di stoppa e la grossa e lunga pipa, lisciandosi con maestà i baffi, si lascia tirare in carrozzella, seguito da una coppia di alabardieri a cavallo, i quali con la faccia tinta di nero fanno sventolare la bandiera tricolore. Il Carro con l’imagine di S. Gerardo, fatto a trasparenza e illuminato da lampioncini di carta a varii colori, con ragazzi vestiti da angioli ed agitanti i turiboli, veniva e vien portato a spalla da contadini, che divotamente cioncano ad ogni fermata. Senza la nave, i turchi e il carro non si può imaginare la festa di S. Gerardo. Sarebbe toglierle il cärattere di originalità e di brio popolare. È una usanza tradizionale e festosa, che non ha punto di confronto con altra qualsiasi della Provincia e di fuori. Quando e perchè ebbe origine, non vi ò documento che l’accenni. Soltanto è certo, che i nostri maggiori, i quali ce la trasmisero con tanta tenacità ed amore di patria e di fede, non erano così sciocchi da simboleggiare una nave su montagna, quando nel Basento non si va in barchetta neppure nelle piene più grosse. Qualche cosa di storico vollero significare, mettendo insieme la Nave, i Turchi e S. Gerardo; giacchè simboli e tradizioni popolari, secondo la dottrina del Vico, rivelano sempre fatto o ricordo di storia antica. Interpetrando il nesso di nomi e di caratteri tanto opposti e disparati tra loro, penso che la nostra costumanza rammenti un episodio di fede e di valore cittadino contro invasione e scorreria di Turchi, o di Saraceni, che approdati ai lidi dell’Ionio, si spinsero poi, conquistatori o predoni, sino nelle nostre montuose contrade, donde furono cacciati con quel coraggio che in gravi pericoli patria e fede sogliono dare. Se la mia opinione non persuade il lettore, cerchi egli se mai vi sia allusione o rapporto tra la predetta usanza e queste notizie che gli trascrivo, traendole dalle «Memorie della Città di Potenza» di Emmanuele Viggiano. «… Queste sue galee (parla di Ruggiero Normanno) trassero «allora dalle mani de’ Saraceni, o come altri dice de’ Greci Lodovico Re di Francia, tornando dalla infelice spedizione di Terra Santa; ed egli stesso gli si fece incontro in Basilicata, e lo ricevette in Potenza nel 1148, secondo il Collenuccio; rapportando il fatto un anno dopo l’anonimo Cassinese seguito dal Muratori negli Annali: Ludovicus Rex a partibus Hierosolymitanis reversus, a Rege Rogerio apud Potentiam susceptus. Anche la seguente notizia, per le circostanze di tempo e di luogo, potrebbe spiegare la storica origine della Nave e dei Turchi. Sappiamo solamente che nel 1013, il Conte di Conza insieme con Vamfredo di Potenza combattè i Saraceni in Vitiliano, dei quali molti ne uccise; ma nell’Obtobre 1014, furono da quelli ambedue battuti e presi. Carlo suo quarto figliuolo (parla dei Conti Guevara di Potenza) agli altri sopravissuto ereditò molto Feudi, e fu anch’egli gra Siniscalco. Valente uomo nelle armi, come il Genitore, nell’impresa Africana di Algeri comparve con tanta pompa, che la sua tenda accolse lo stesso Imperador Carlo….». Non può ricordare, come qualcuno disse pellegrinaggio di S. Gerardo in Terra Santa , perchè l’Ufficio del santo di ciò tace; e il Viggiano scrisse : . . . . Egli è questi Gerardo, che ebbe suo nascimento in Piacenza; donde partito nell’età sua matura, scorse mosso da spirito di divozione, la maggior parle d’Italia. Giunto in Potenza, come se voler fosse di Dio, che là rimanesse, fermossi… Ma basta … Se la Nave e i Turchi, a prima impressione, sembrano una mascherata a  forestieri  ed ignoranti, il loro riso per certo non ci offende. Spetta a noi invece serbarla intatta, e ridestare lo spirito di patria con lo studio delle memorie e dei fasti cittadini, trovandovi sempre propositi d’indipendenza, virtù di popolo, e schietta fede. Passati i Turchi, la gente si riversava nella Piazza per vedere li fuochi d’artifici (fuochi d’artificio), preparati e posti alla meglio in quello stretto spazio, fin giù al Muraglione, ove alzavasi lu castiedd’ (castello), il grosso del fuoco; in guisa che ai lati si lasciava appena una striscia di luogo per la folla. E si dovevano sparare alla Chiazza, anche quando fu fatto il bel Largo dell’intendenza, o Mercato, oggi Piazza della Prefettura. Mi ricordo che nel 1848 si pensò di spararli nel Mercato, più adatto e spazioso, e già si erano messe le travi pel castello; ma i contadini, sobillati dalla gente della Chiazza, si levarono a tumulto, nè si quietarono, se non quando, tolte le travi di là, se le portarono giubilanti a mettere in Piazza del Sedile. Fanatismo di tempi, giovevole a mire di polizia e di birboni! Prima a spararsi era la Rutedda bulugnese (rotella, girandola bolognese), famosa per le molto girelle concentriche, di crescente misura e per i suoi varii colori. Si poneva all’angolo della casa Riviezzo, affinchè si fosse potuta vedere dalla Piazza e da ambo i lati di Via Pretoria. Indi si dava fuoco, successivamente ed a rilento, alle altre sezioni con pupe, o fantocci pirotecnici, fuochi di bengala, furii, fontane a pioggia d’oro e di stelle di molti colori; E di tratto in tratto si alzavano carcasse (razzi) e palloni di varia grandezza e figura per prolungare il festoso passatempo, mentre le bande si sfiatavano a viconda in allegre sonate. Appena sparata una sezione, e si faceva un pò di luogo, subito era occupato dalla folla, che a via di gomitate e di spintoni prendeva posto. Quando si dava fuoco al castello, allora era il vero diavolio di furii pacc’ (pazzi), di batterie, di bombe e di carcasse, che ti assalivano e ti stordivano da ogni verso, passandosi il pericolo di perdere un occhio, o di avere bruciato il vestito, senza potersi scostare di un passo. Chi aveva un posticino su qualche balcone o finestra della Piazza, o in una di quelle botteghe, poteva dirsi fortunato in quelle sere. Come faceva gola una sedia, un cantuccio. Era davero il caso di vaIutare le espresioni popolari: Tutt’ vurrienn’ la casa a la Chiazz! Ma non tutt’ ponn’avè la casa a la Chiazza! (Tutti vorrebbero la casa alla Piazza! Ma non tutti possono avere la casa alla Piazza!). Così aveva termine lo spettacolo festoso della vigilia, ritirandosi la folla e le stanche bande per prepararsi alla vera festa ed alla processione del dimane […].

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