Potenza. La parata dei turchi nel tempo (2ª parte)

Ottimi spunti di riflessione si ottengono con gli stralci tratti da “Cronache potentine dell’800 fatti e figure” di Vincenzo Perretti, edito dalle Edizioni Laurita 2000.

Sull’argomento “Sfilata dei Turchi” recentemente si è tentato ancora una volta di riaprire il discorso, alla ricerca di una spiegazione ragionata e confortata da riscontri storici, e si è disquisito, anche con impegno, su fatti forse mai accaduti e su ipotetiche datazioni: il prof. Luigi Serra, gli studiosi Giulio Stolfi, Carlo Rutigliano, Gerardo Corrado e lo scrittore Lucio Tufano sono tra i tanti intervenuti nei dibattiti. Purtroppo non è emersa alcuna notizia di fondato rilievo storico. D’altro canto, proprio la mancanza di certezze, consente al comitato dei cittadini, organizzatori della festa, la libertà di perpetuare quei motivi di costumi e di arredo scenografico che sono sicuramente dettati dalla tradizionale fantasia popolare.
Periodicamente, e quindi anche in questi ultimi anni, si sono rinnovati il dissenso e la critica per le scelte operate dai responsabili circa le modalità realizzative della manifestazione: polemiche sterili e incapaci di coinvolgere concretamente sia quella gente che nel secolo scorso mostrava per la festa ancora slancio di gaudio e di fede – come scriveva Riviello – sia la politica e l’economia, ovvero la gente che conta.
Tra gli amministratori comunali e i cittadini si sono ripetute, di anno in anno, accuse reciproce di incapacità e disinteresse ed il tutto è finito sempre in una ricerca affannosa, protratta fino all’ultimo momento, dei fondi necessari per allestire un prodotto perlomeno dignitoso; le autorità religiose praticamente erano già state estromesse da questi temi, avendo la chiesa, come si è visto, avversato da tempo questa commistione tra rito sacro e ricorrenza profana.
Si può argomentare quanto si vuole, ma alle soglie del terzo millennio abbiamo il dovere di ragionare e di rapportarci alla realtà in cui viviamo, non per aggregarci al coro delle recriminazioni, ma per ricercare tutti insieme una soluzione moderna che serva a preservare una antica credenza che nessuno vuole far scomparire; e non si intenda con questo il suggerimento a creare semplicemente una sceneggiata di sicuro gusto popolare, perchè con gli attuali mezzi tecnici, con il richiamo di personaggi alla moda ed opportuni finanziamenti, non sarebbe difficile raggiungere lo scopo.
Si tratta, invece, di capire e di soddisfare – nei limiti del possible – le volontà e le esigenze di tutte le parti sociali interessate, sopratutto quelle dei fedeli, considerando anche le difficoltà di aggregazione tra la società del centro urbano e quella della periferia.
Se è vero che la cittadinanza è legata ancora a questo tipo di festa ed è disposta a parteciparvi, basterà riproporre semplicemente le esperienze ben note che si basano inequivocabilmente sulle credenze autenticamente popolari.
Detto questo, si può concludere che forse la soluzione più corretta sta nel rispetto della tradizione, col bandire tutti gli artifizi incoerenti, come gli sbandieratori di scuola umbro-toscana o quei fini dicitori di piazza che taluni uomini di cultura – improvvidamente chiamati a decider – hanno imposto in alcune edizioni degli anni scorsi.
Occorrerà impegnarsi ad utilizzare al meglio i mezzi finanziari devoluti dalle varie amministrazioni ed enti, ma sopratutto quelli raccolti dal comitato di cittadini con l’antico sistema della questua: uno sforzo minimo, indispensabile per realizzare questa sagra nostrana che, tra l’altro, è l’unica rimasta in vita.
L’evoluzione dei tempi forse non consentirà che i partecipanti alla sfilata siano contadini autentici, nè che i costumi popolari siano quelli giusti, ma non ci sembra di intravedere scelta più idonea. Del resto, gli enigmi e le perplessità su questa tradizionale sagra ci sono sempre stati ed hanno sempre generato dubbi e contrasti; oltre un secolo fa Riviello temeva addirittura che la festa potesse scomparire, quando scrisse: che sia questo indizio che San Gerardo segua la sorte dell’antico protettore Sant’Oronzio?

Note
Arontius-Aronzio, col tempo menzionato impropriamente come Oronzo e che l’antico Inno liturgico della chiesa potentina Splendor diéi rutilat… celebra negli “Officia propria” il giorno 1° settembre insieme agli altri undici fratelli santi martiri, figli di Bonifacio e Tecla, nativi di Adrumento in Africa, è quel diacono che gli stessi Officia riferiscono che fu martirizzato sotto il giudice Valeriano a Potenza nel 6° giorno delle Calende di settembre, cioè il 27 agosto del 288 circa, insieme ad Onorato, Fortunato e Sabiniano, mentre gli altri fratelli furono uccisi in altri luoghi. Vuole la tradizione potentina che il martirio di Aronzio sia avvenuto sulla riva destra del fiume Basento vicino al Ponte di Sancto Aroncio (oggi detto San Vito), nella località anticamente detta il Canneto di Sant’Aronzio, ove era posta la chiesetta omonima che si ritrova ancora nel XVI secolo. Alcuni studiosi sostengono, invece, si tratti di santi martiri africani portati in Italia poco dopo la loro morte.

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