Pnrr. «Serve una mobilitazione culturale»

di Piero Lacorazza

Ci sono le risorse ma anche limiti di pianificazione, di programmazione e di operatività per trasformare la circolazione extracorporea del PNRR in linfa vitale per dare un cammino duraturo, sostenibile ed inclusivo all’Italia. Tutto ancora è possibile perché si stanno muovendo i primi passi. Siamo ancora in tempo per scegliere la giusta direzione. È una maratona a staffetta, il percorso è lungo e i vari attori devono sapere che da soli non si va da nessuna parte e che, senza ansie da prestazione, siamo ancora nella fase in cui è necessario capire come si può passare al meglio il testimone per arrivare in fondo nella consapevolezza che ciascuno può e deve fare una parte della strada. Magari uscire e rientrare nella maratona, ma nessuno da solo ha il fiato per arrivare al traguardo.
La direzione è l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile varata dall’Onu nel 2015, il verso è quella distanza che ci separa tra la condizione attuale e i 17 obiettivi e 169 target.
È necessario misurare; se già oggi il Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale evidenzia rischi di spesa e di resa rispetto al PNRR, non si attenda altro tempo per riflettere, capire e riorganizzare, in corsa, piani, programmi e strumenti. Una parte degli investimenti è a debito, cioè andrà sulle spalle delle future generazioni e nei bilanci pubblici (e quindi anche privati) nei prossimi anni riducendone lo “spazio” per garantire livelli essenziali di prestazioni.
Saremmo di fronte non solo ad un rischio di non cogliere sostanzialmente gli obiettivi delle transizioni digitali ed ecologiche ma ad un possibile allargamento dei divari territoriali, di genere e di generazione. Dentro questo rischio le stesse regole di convivenza civile e democratiche subirebbero un indebolimento.
Siamo in un mondo in cui i cambiamenti sono improvvisi e determinano, come nel caso della guerra in Ucraina, forti scosse che rendono incerto l’approdo dell’assestamento.
Aggiungo, come ultimo dato di riflessione, che in questi giorni abbiamo vissuto l’ossimoro del FSC (Fondo per lo Sviluppo e la Coesione) che se da una parte per circa 70 mld di euro (80% al Sud) viene attivato per traguardare il 2027, dall’altro corre il rischio di essere disimpegnato per circa 12 mld di euro da quello inerente la programmazione 2014/2020.
E poi tutta la ciccia dei fondi strutturali non è ancora negli ingranaggi delle mandibole.
Risorse, piani, programmi e strumenti sono sul piano tecnico recuperabili (o comunque teoricamente è possibile).
Ciò che invece potrebbe mettere a rischio la prospettiva di ripresa e resilienza è la mancanza di un’anima, la spinta che può dare una mobilitazione culturale e sociale così come è accaduto nel secondo dopoguerra per la ricostruzione o a metà degli anni Novanta quando si respirava la tensione collettiva per portare l’Italia nell’Euro.
Non voglio tornare sui punti già trattati nel mio precedente articolo pubblicato su questa rivista ma in questi anni la fragilità di una visione e la corsa al consenso immediato hanno dilatato un profonda crisi di valori e di orizzonti culturali che hanno immelmato istituzioni e cittadini.
Ora serve questo scatto, è necessario ritrovare questo afflato sul piano ideale e valoriale, culturale e sociale. Lo so: facile a dirsi, più complicato a farsi.
Forse, dico forse, bisognerebbe individuare le modalità per le quali i principali luoghi di aggregazione della conoscenza (scuole ed università) tornino a rappresentare una leva fondamentale per questo cambio di passo; mobilitarsi nei luoghi di lavoro, altro ingranaggio da oleare, chiamando i sindacati a sentire di più questa profondità di pensiero, con un piede dentro le emergenze e l’altro nel futuro. E cosa dire delle energie, per una buona parte inespresse, che possono essere messe in circolo dal terzo settore? E poi c’è il grande mondo delle partite IVA e delle piccole imprese nelle quali si annida una buona parte della classe creativa che va liberata dall’eccessivo peso della burocrazia e della tassazione. Circolano faccendieri ed intermediari mentre avremmo più bisogno di progettisti, sviluppatori e gestori di qualità, innovatori sociali. In questo incrocio è sempre opportuno valutare la scelta per la legalità per evitare che queste risorse cadano in circuiti criminali ma anche più semplicemente, si fa per dire, nei palazzi della giustizia amministrativa e penale, oggetto peraltro di riforme abilitanti del PNRR.

E se penso soprattutto ai sindaci, ormai schiaffeggiati dai bandi – e come vedremo nei prossimi mesi non sarà semplice neanche per le istituzioni sovracomunali e per le grandi stazioni appaltanti gestire gare ed esecuzione delle stesse – sarebbe opportuno riflettere per dare più tempo per l’attuazione del PNRR; ma potrà essere una condizione necessaria e non sufficiente se non scatta una mobilitazione culturale.
Forse, dico forse, mentre siamo in corsa sarebbe il caso che in questa maratona si perfezionino i passaggi del testimone tra i diversi attori: ci si deve riallenare mentre la gare è partita. Ma nessun allenamento ci porterà a vincere senza la convinzione che possiamo farcela, senza che l’adrenalina per il futuro dei nostri figli ci spinga a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Siamo ancora in tempo, possiamo farcela.

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